Tag: Arte

  • #JobCafè WITH Guido Savio

    #JobCafè WITH Guido Savio

    L’artigianalità è da sempre il cuore del Made in Italy e una delle migliori espressioni del nostro Paese. Purtroppo tante professionalità stanno sparendo, a causa anche o soprattutto di una scuola che non è in grado di formare gli artigiani di oggi. Di questo e altro ancora abbiamo parlato con Guido Savio, Amministratore Delegato della Savio Firmino, un’importante azienda che opera nel settore degli arredi per interni con una spiccata vocazione artigianale. I loro prodotti sono vere e proprie opere d’arte, come sculture in legno. E con lui abbiamo avuto la conferma che per fare bene il proprio lavoro servono passione, sacrificio e tanta preparazione che la scuola, a volte, non è in grado di fornire ma le aziende si. Per dirla con Guido Savio “Per imparare, ancora oggi, si deve andare a bottega”.

     

    Mi racconta la sua storia: come è arrivato alla sua professione e perché?

    È molto semplice: sono figlio di mio padre, valente intagliatore in legno, che aveva una piccolissima azienda artigiana. Ho cominciato a lavorare con lui a 14 anni, cioè appena finite le scuole medie, lavoravo e studiavo. Mi sono iscritto a Firenze all’Istituto Statale d’Arte, un’ottima scuola che mi ha dato una formazione eccezionale, ma mi permetteva anche molta libertà. Data l’ottima formazione delle scuole medie di anni fa, potevo permettermi di seguire soprattutto le materie artistiche, che erano quelle che mi interessavano di più. Dopo essermi diplomato, all’età di 18 anni, sono entrato a lavorare con mio padre, a pieno titolo e tre anni dopo, mentre svolgevo il servizio militare, mio padre è venuto a mancare, così mi sono trovato a ventun anni ad occuparmi dell’azienda. La molla che mi ha spinto e ancora mi spinge è il piacere di creare qualcosa. Il mio lavoro mi è sempre piaciuto tantissimo all’inizio e mi piace tuttora, perché, pur dando tante preoccupazioni, dà anche grandissime soddisfazioni. È creativo, e consente di vedere cosa si riesce a realizzare artigianalmente.

    enda l’artigianalità ha un ruolo molto importante

    Certo! Io ho studiato tutto, ma particolarmente scultura e scultura in legno. Sarei un bravo artigiano, anche se ho sempre esercitato la funzione di imprenditore.
    I prototipi, ad esempio, per lunghissimo tempo e fino a poco fa, li facevo io manualmente. È una grande passione.

    Una domanda legata il momento che stiamo vivendo, che periodo sta passando il suo settore specifico?

    Il settore sta passando un periodo molto brutto, ma la crisi non è dovuta solo al COVID, perché era già in atto prima, è da tanto tempo che l’impresa è osteggiata e a questo si somma una periodica crisi della tipologia di mobili che noi facciamo. Adesso va molto di moda il mobile moderno, contemporaneo e meno il classico e questo ha portato alla chiusura anche di diverse aziende del settore. Il Covid non ha migliorato le cose, perché noi lavoriamo soprattutto per l’estero e il fatto di non poter viaggiare è un ostacolo importante, anche se, per fortuna, i nostri clienti continuano a inviarci gli ordini anche se non ci andiamo di persona.

    Che consigli darebbe ai giovani che desiderino iniziare a lavorare in questo ambito?

    Non è facile perché non abbiamo una scuola che aiuta e, storicamente parlando, la professione si basava sull’apprendistato, i giovani andavano a bottega a imparare il mestiere. Adesso questo non esiste più e la scuola, contemporaneamente, ha cessato di insegnare. Per fortuna, ci sono le nuove tecnologie per cui anche senza saper scolpire materialmente si arriva a fare scultura lo stesso.

    Stiamo perdendo una grande professionalità o no?

    Certamente, però da un certo punto in poi la scuola ha insegnato ai ragazzi che il lavoro manuale era degradante, non che era duro o altro, era degradante, allora è ovvio che i ragazzi ora non sappiano fare niente manualmente. Questo è un problema, tutto il Made in Italy è basato sulle capacità degli artigiani, comunque, ripeto, con le nuove tecnologie e i disegni computerizzati il settore non finirà. Oggi dobbiamo essere tutti digitali, altrimenti è difficile andare avanti, faccio qualcosa di digitale anch’io a ottant’anni!

    Ci sono scuole che insegnano?

    Non la materia specifica, quindi devono imparare i programmi e rivolgersi alle aziende. In sostanza, per imparare si deve, ancora oggi, andare a bottega.

  • #JobCafè WITH Domenico Vitucci

    #JobCafè WITH Domenico Vitucci

    Affrontiamo il tema della cultura, in questo periodo complesso, ancora da un altro punto di vista. Parliamo con Domenico Vitucci, Presidente della Cooperativa che gestisce l’unica sala comunale romana, il “Nuovo Cinema Aquila”, che nel corso degli anni si è specializzato nel portare alla luce tutte le realtà del cinema indipendente. Molto spesso unica sala romana a proporre alcuni film e ospitare manifestazioni di cinema indipendente, sovente con grande successo, è dal 2008 il principale punto di riferimento per chi ama gli incontri con gli autori in sala. Nell’arco di questi anni sono stati presenti numerosi autori italiani e internazionali nonché alcuni premi Oscar.

     

    Come sei arrivato a fare questo lavoro?

    Ho iniziato come giornalista cinematografico, sono stato tra i fondatori del più importante sito internet di cinema italiano negli anni ‘90 cioè 35mm.it, che adesso non esiste più. Alla fine di quel decennio ho intrapreso l’attività di operatore sociale e cultuale nell’ambito della cooperazione sociale, occupandomi sostanzialmente di spettacolo. Nel 2005 abbiamo vinto il bando per il Nuovo cinema Aquila e, una volta che il cinema ha aperto, ho spostato tutte le mie competenze nell’ambito della cultura a servizio del sociale.

    Cosa ti ha spinto?

    La mia volontà di impegno sociale. Mi ha sempre attratto l’attività di operatore sociale e culturale. Le prime cose che ho fatto nell’ambito sono stati corsi di cinema ad ex tossicodipendenti ed ex detenuti e da quando il cinema ha aperto abbiamo sovente dato lavoro anche ai ragazzi a rischio del quartiere. L’ambito della cooperazione sociale, forse grazie anche all’impegno che ci ho messo, mi ha portato moltissime soddisfazioni e non solo da un punto di vista umano.

    La cultura credo sia uno dei settori più massacrati da questa pandemia, come state vivendo questo momento?

    Il momento è molto triste, sono pochi gli elementi positivi. Abbiamo avuto dei ristori e stiamo riuscendo a sopravvivere, ma il ritorno alla normalità a mio avviso si allontana tantissimo. Anche se le sale potranno riaprire, credo che si parlerà di maggio. Non solo, nei mesi estivi saremo invasi dallo sport, visti i grossi eventi che sono stati rimandati l’anno scorso. Questo significa aprire un mese e stare un po’ ‘in apnea’ per tutta l’estate. Tra lo scorso giugno e metà ottobre le sale hanno riaperto, ma non è stata buona la situazione in termini di numeri, quelle che ci sono riuscite hanno investito molto e quando c’è stata la seconda chiusura non si sono trovate in buone condizioni. Credo che le istituzioni dovranno prevedere di dare ulteriori aiuti perché, purtroppo, sono tantissime le realtà e i lavoratori che sono in pessime condizioni. Troppi lavoratori di questo settore non hanno avuto niente, neanche la cassa integrazione.

    Pensi che si perderanno delle professionalità per strada?

    Questo si spera di no, in realtà le produzioni non hanno mai smesso di lavorare. Tutto quello che era già  pronto, lo scorso anno, si è riusciti a venderlo alle piattaforme, che sono state la salvezza e attualmente prosperano, come tutta la ‘fruizione casalinga’, vedi anche l’ambito editoriale. Per il teatro in particolare, non a caso, il problema appare irrisolvibile.

    Dei giovani che volessero lavorare in questo settore nel mondo della cultura che consigli diresti?

    Gestire una sala adesso è molto costoso, al di là del fatto che c’è meno pubblico: gli stessi circuiti tendono a ridurre il numero delle sale per risparmiare. Ci sono, tuttavia, moltissime sale indipendenti che si possono  condurre con poco personale, con operatori polifunzionali che dalla cassa sono in grado di gestire proiezioni e quant’altro.

    Che tipo di preparazione?

    Qualsiasi professione nell’ambito del cinema deve partire da una buona conoscenza del settore. Non ha importanza il corso di studi, devono prendersi del tempo, uno o  due anni, per conoscere a fondo il settore cinematografico a tutti i livelli.

    Che caratteristiche personali devono avere?

    Essere, soprattutto, appassionati.

    Vorrei dire un’ultima cosa. In questo momento si parla molto delle problematiche della didattica a distanza ed è, praticamente, un anno che tutta una generazione non va al teatro o al cinema e, soprattutto, che non vede film di qualità. Temo che corriamo il grosso rischio che i giovani stiano due anni lontani dalle sale cinematografiche, e questo potrebbe diventare, in seguito, un rifiuto culturale per buona parte di una generazione.