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  • #JobCafè WITH Domenico Vitucci

    #JobCafè WITH Domenico Vitucci

    Affrontiamo il tema della cultura, in questo periodo complesso, ancora da un altro punto di vista. Parliamo con Domenico Vitucci, Presidente della Cooperativa che gestisce l’unica sala comunale romana, il “Nuovo Cinema Aquila”, che nel corso degli anni si è specializzato nel portare alla luce tutte le realtà del cinema indipendente. Molto spesso unica sala romana a proporre alcuni film e ospitare manifestazioni di cinema indipendente, sovente con grande successo, è dal 2008 il principale punto di riferimento per chi ama gli incontri con gli autori in sala. Nell’arco di questi anni sono stati presenti numerosi autori italiani e internazionali nonché alcuni premi Oscar.

     

    Come sei arrivato a fare questo lavoro?

    Ho iniziato come giornalista cinematografico, sono stato tra i fondatori del più importante sito internet di cinema italiano negli anni ‘90 cioè 35mm.it, che adesso non esiste più. Alla fine di quel decennio ho intrapreso l’attività di operatore sociale e cultuale nell’ambito della cooperazione sociale, occupandomi sostanzialmente di spettacolo. Nel 2005 abbiamo vinto il bando per il Nuovo cinema Aquila e, una volta che il cinema ha aperto, ho spostato tutte le mie competenze nell’ambito della cultura a servizio del sociale.

    Cosa ti ha spinto?

    La mia volontà di impegno sociale. Mi ha sempre attratto l’attività di operatore sociale e culturale. Le prime cose che ho fatto nell’ambito sono stati corsi di cinema ad ex tossicodipendenti ed ex detenuti e da quando il cinema ha aperto abbiamo sovente dato lavoro anche ai ragazzi a rischio del quartiere. L’ambito della cooperazione sociale, forse grazie anche all’impegno che ci ho messo, mi ha portato moltissime soddisfazioni e non solo da un punto di vista umano.

    La cultura credo sia uno dei settori più massacrati da questa pandemia, come state vivendo questo momento?

    Il momento è molto triste, sono pochi gli elementi positivi. Abbiamo avuto dei ristori e stiamo riuscendo a sopravvivere, ma il ritorno alla normalità a mio avviso si allontana tantissimo. Anche se le sale potranno riaprire, credo che si parlerà di maggio. Non solo, nei mesi estivi saremo invasi dallo sport, visti i grossi eventi che sono stati rimandati l’anno scorso. Questo significa aprire un mese e stare un po’ ‘in apnea’ per tutta l’estate. Tra lo scorso giugno e metà ottobre le sale hanno riaperto, ma non è stata buona la situazione in termini di numeri, quelle che ci sono riuscite hanno investito molto e quando c’è stata la seconda chiusura non si sono trovate in buone condizioni. Credo che le istituzioni dovranno prevedere di dare ulteriori aiuti perché, purtroppo, sono tantissime le realtà e i lavoratori che sono in pessime condizioni. Troppi lavoratori di questo settore non hanno avuto niente, neanche la cassa integrazione.

    Pensi che si perderanno delle professionalità per strada?

    Questo si spera di no, in realtà le produzioni non hanno mai smesso di lavorare. Tutto quello che era già  pronto, lo scorso anno, si è riusciti a venderlo alle piattaforme, che sono state la salvezza e attualmente prosperano, come tutta la ‘fruizione casalinga’, vedi anche l’ambito editoriale. Per il teatro in particolare, non a caso, il problema appare irrisolvibile.

    Dei giovani che volessero lavorare in questo settore nel mondo della cultura che consigli diresti?

    Gestire una sala adesso è molto costoso, al di là del fatto che c’è meno pubblico: gli stessi circuiti tendono a ridurre il numero delle sale per risparmiare. Ci sono, tuttavia, moltissime sale indipendenti che si possono  condurre con poco personale, con operatori polifunzionali che dalla cassa sono in grado di gestire proiezioni e quant’altro.

    Che tipo di preparazione?

    Qualsiasi professione nell’ambito del cinema deve partire da una buona conoscenza del settore. Non ha importanza il corso di studi, devono prendersi del tempo, uno o  due anni, per conoscere a fondo il settore cinematografico a tutti i livelli.

    Che caratteristiche personali devono avere?

    Essere, soprattutto, appassionati.

    Vorrei dire un’ultima cosa. In questo momento si parla molto delle problematiche della didattica a distanza ed è, praticamente, un anno che tutta una generazione non va al teatro o al cinema e, soprattutto, che non vede film di qualità. Temo che corriamo il grosso rischio che i giovani stiano due anni lontani dalle sale cinematografiche, e questo potrebbe diventare, in seguito, un rifiuto culturale per buona parte di una generazione.

  • #JobCafè WITH Francesca Porta

    #JobCafè WITH Francesca Porta

    Abbiamo incontrato, questa settimana, Francesca Porta, una degli chef di Eataly, anche se la definizione non le piace e preferisce presentarsi come “cuoca”. Il suo è un vero inno appassionato al lavoro che vive, innanzitutto, come un atto d’amore. “Devi essere innamorato di quello che fai, perché chi mangia quel piatto lo percepisce”. In un momento così difficile per il settore della ristorazione, la voce di Francesca ci è sembrata un raggio di luce nel buio che ancora, purtroppo, ci circonda.

     

    Mi racconti come sei arrivata a fare lo chef o “cuoca” come ami definirti?

    Mio padre aveva un’azienda di calzature e sono cresciuta in quell’azienda, ma col tempo ho capito che il mio futuro non sarebbe stato quello. Ho avuto la fortuna di incontrare Felice Lo Basso, mio carissimo amico di infanzia, che lavorava in Alto Adige come cuoco e mi ha dato la possibilità di intraprendere questa carriera. Ho cominciato dal basso, facendo uno stage di sei mesi non retribuito, fino a che l’azienda ha capito che poteva puntare su di me e mi ha dato l’opportunità di cominciare a lavorare con un contratto stagionale, come commis di pasticceria. Da lì è iniziata la mia gavetta.

    Ma perché proprio la cuoca? Fra tanti lavori che ci sono perché hai scelto proprio questo?

    Perché ho avuto sempre la passione della cucina. Vengo da una famiglia dove le donne erano prevalentemente casalinghe. Ricordo ancora mia nonna che ci cucinava tutto e le torte di mia mamma. Pensare a loro mi ha sempre trasmesso serenità. Quegli odori, quei movimenti delle mani sempre aggraziati ma sicuri mi hanno aperto un mondo che poi è diventato il mio mondo. Ho abbandonato quello che era il sogno di mio padre, anche se avevo molto investito sull’azienda, avevo fatto anche corsi per modellista di calzature, ma ho capito che non era la mia strada. Ho detto basta e ho inseguito il mio sogno di cucinare. Il mio hobby è diventato la mia professione.

    Attualmente qual è il tuo lavoro?

    Sette anni fa ho iniziato a lavorare per Eataly. Ho sposato il progetto, perché legato soprattutto alla materia prima ai prodotti di ottima scelta. All’inizio mi sono sentita un po’ imprigionata, come se avessi perso un po’ della mia libertà. Mi hanno aiutato le parole di mio padre: “l’importante è che tu riesca a fare il tuo lavoro sempre con amore”. E la scelta è stata particolarmente giusta, soprattutto in questo periodo.

    A proposito, come stai vivendo questo periodo di Covid in cui è tutto un po’ fermo nel tuo settore?

    Ho imparato l’attesa. Prima i ritmi erano molto veloci, in questo periodo tutto, inevitabilmente, si è rallentato. È un po’ complicato, specie per una come me che è abituata a stare continuamente in movimento. Però, soprattutto grazie ai social, ho potuto regalare ai miei amici pugliesi come me, che non riesco a vedere spesso, le mie ricette che hanno molto apprezzato. E questo mi ha regalato serenità, perché mi manca il contatto umano, l’abbraccio, il condividere un panino o un piatto di zuppa caldo, quando tutto questo è diventato impossibile, ho cercato di farlo nel modo che conosco: condividendo una ricetta.

    Ai giovani che volessero iniziare a fare questa strada, così creativa, che cosa consigli?

    Di inseguire il sogno. Non è importante avere un diploma di alberghiero per inseguire il proprio sogno si può fare anche imparando sul campo, come ho fatto io, impegnandosi, osservando di più il mondo della cucina, senza guardare la tv e quello che gli altri vogliono farci credere che la cucina sia. Ho iniziato caricandomi sulle spalle le casse di mele, perché uno dei primi dolci che ho imparato a fare è stato lo strudel di mele per le stagioni in Alto Adige, e ricordo che il mio pasticcere mi faceva andare a caricare le casse di mele. Tornavo a casa distrutta, però pensavo sempre che quella stanchezza mi avrebbe portato dei risultati, come è stato. Non è il Master Chef che ti insegna e ti apre il mondo della cucina. È il sacrificio, il coraggio le lacrime e l’amore. Si parte dal pelare le mele, le patate, a imparare a organizzarsi bene, perché se sei organizzato bene in cucina il lavoro riesci a farlo. L’organizzazione è fondamentale, puoi anche sbagliare qualcosa, ma se sei organizzato non ci sono problemi. Ma soprattutto devi essere innamorato di quello che fai, perché chi mangia quel piatto lo percepisce. Teoria giusta e tanta pratica: parlare con gli ingredienti, accarezzarli, perché dietro ogni ingrediente c’è il lavoro di qualcun altro che tu, cuoco, assolutamente devi apprezzare coccolare, amare, perché se ami quello che fai il piatto lo dice. La parola è amore.