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#JobCafè WITH Giuseppe Di Iorio

da | Ott 5, 2020 | Uncategorized | 0 commenti

Continuiamo i nostri incontri con i lavoratori del mondo dello spettacolo. Oggi è la volta di Giuseppe di Iorio, lighting designer, o come si definisce lui “luciaio”. Napoletano, si trasferisce a Londra nel 1985, dove studia e si forma; attualmente vive a Lisbona. Ha collaborato con i più importanti registi di opera contemporanei da Graham Vick a Robert Carsen.

Cosa ti ha spinto a fare questo lavoro? Come ci sei arrivato?

Ci sono arrivato per caso. Ho iniziato da ragazzino, con un gruppo di Bologna, il Teatro del Guerriero, si facevano workshop e si apprendeva a fare teatro dai costumi alle scene, alle luci. Poi con l’arrivo a Londra, questa passione è diventata un lavoro. Con un gruppo di tre persone avevamo scritto uno spettacolo, tutti poco più che ventenni. Fui io a curare le luci. La sera della prima, a fine spettacolo, venne un uomo a complimentarsi per l’illuminazione, però senza presentarsi. Qualche mese più tardi iniziai a lavorare come trovarobe al Covent Garden. Arrivò una produzione del Teatro Mariinsky, Fiery Angel, con le luci di Steve Whitson: scoprii così che quella sera ero stato avvicinato e notato proprio dal grande lighting designer newyorkese. Questo fu il primo episodio che mi spinse a riflettere. Una volta che ho capito cosa volevo fare mi sono iscritto al Guildhall School of Music and Drama in un corso di direzione di scena. Il Guildhall, all’epoca, aveva tre teatri e il nostro anno scolastico consisteva nel lavorare in una stagione teatrale con opera prosa, danza e musica.

Ma qual è la spinta emotiva che ti ha portato verso questo lavoro? Cos’è che in realtà ti ha spinto a scegliere di fare proprio questo, oltre alla capacità?

E’ un lavoro dove c’è bisogno di tanta passione e il risultato tangibile è la felicità delle persone quando escono dal teatro. Vedere come queste due, tre ore di fantasie, di immagini, di stimolazioni emotive possono cambiare l’espressione di persone che, magari, hai notato entrare in teatro cupe e piene di preoccupazioni e vedi uscire radiose, è come un’iniezione di vitalità. Ho lavorato su tanti progetti sociali, e questo mi ha consentito di vedere le persone trasformarsi attraverso il teatro. Perché il teatro ci rende più sicuri, qualsiasi sia il nostro contributo; la possibilità di esprimere la propria creatività è una cosa importantissima.

La cosa che ti piace di più e quella che ti piace di meno?

Mi piacciono, come ho detto, le emozioni che lo spettacolo suscita nel pubblico. Quello che mi piace di meno è l’inquadramento di categoria dei lavoratori dello spettacolo che non è al passo con i tempi, e la mancanza di qualsiasi tipo di sicurezza. Nel mio primo contratto si diceva che dovevo arrivare alla prova generale in trucco, parrucco e costume, perché il mio ruolo non era definito. Era un contratto da cantante, un po’ aggiustato per farlo diventare un contratto da lighting designer, professione che solo trent’anni fa in Italia era sconosciuta.

Durante il lockdown del tuo lavoro che cosa ti è mancato di più?

Mi è mancato tanto viaggiare, cosa che mi piace tantissimo. Mi è mancato lavorare confrontandomi con altre culture, cioè realizzare lo stesso spettacolo, ma  dovendo adattare sia la socialità, sia il modo di comunicare, scoprendo continuamente altre cose. Per assurdo, però, mentre mi mancava tutto questo, ho cominciato ad apprezzare i vantaggi della stabilità, quindi direi che è stato un momento di riflessione e di scoperta, in un certo senso. Certamente, la sensazione di avere la propria vita completamente cancellata da un giorno all’altro è stato un grosso shock, però poi bisogna reagire e fare altre cose.

Che consigli daresti ai giovani?

Importante dire subito che è un lavoro che non ti consente di guadagnare nell’immediato, quindi bisogna avere molta passione e perseveranza. Per quanto riguarda gli studi, ultimamente in Italia quasi tutte le Fondazioni offrono dei corsi molto validi. Il Teatro dell’Opera di Roma, per esempio, ha il Progetto Fabbrica a cui ogni anno vengono ammessi un lighting designer, un costumista, uno scenografo, un regista e una serie di cantanti che firmano dei piccoli progetti. Hanno fatto, ad esempio, un progetto notevole, “Opera Camion”, che porta l’opera nei luoghi dove non ci sono teatri. A Londra ci sono dei corsi molto validi perché ti fanno operare sul campo: il Teatro si apprende lavorando, anche per misurare resistenza fisica e psichica. E’ stato interessante un progetto che ho fatto con il regista Jacopo Spirei in Colombia. Ci siamo ritrovati con una squadra di attori di Bogotà, ragazzi stupendi che, però, non sapevano dove mettere una lampada dentro un proiettore e, in pochissimo tempo, si è creata una sinergia tale per cui, grazie al loro interesse e alla nostra voglia di fare lo spettacolo, questi ragazzi si sono trasformate e hanno imparato a lavorare.

Comunicazione QJ