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  • Chi cerca trova… lavoro

    Chi cerca trova… lavoro

    Job Connection – Incontra il tuo futuro!

    4 giorni, tante opportunità di crescita!
    Chi cerca trova... lavoro - Job Connection - incontro il futuro

    Job Connection arriva a Centro Commerciale Carosello dal 1 al 4 ottobre per facilitare l’incontro tra aziende in cerca di talenti e persone alla ricerca di opportunità di lavoro.

    In un mondo in continua trasformazione, nuove esigenze richiedono approcci rivoluzionari. Per questo motivo abbiamo realizzato il JOB SPEED DATE: 10 MINUTI PER BRILLARE!

    Vogliamo dare spazio alle nuove professioni, alle capacità che le sfide del mondo del lavoro richiedono: competenze, conoscenze, esperienze.

    Cosa troverai?

    8 postazioni di meeting e tante aziende in cerca del candidato perfetto, saranno presenti per tutto il giorno nel Centro Commerciale: registrati ora e prenota online lo slot e l’azienda a cui sei interessato.

  • Diritto alla Disconnessione: quando scollegarsi dal lavoro diventa un diritto

    Diritto alla Disconnessione: quando scollegarsi dal lavoro diventa un diritto

    Immagina di essere finalmente seduto sul divano dopo una lunga giornata di lavoro, con una tazza di tè in mano, pronto a guardare l’ultima puntata della tua serie preferita. E proprio in quel momento, il tuo telefono vibra: è un’email del capo. Ignori o rispondi? Bene, se fossi in Australia, potresti semplicemente ignorarla senza pensarci due volte, grazie alla nuova legge sul diritto alla disconnessione.

    L’Australia dice “Basta” alle chiamate fuori orario

    Dal 26 agosto 2024, in Australia, il diritto alla disconnessione è diventato legge per le aziende di medie e grandi dimensioni. Un traguardo storico per i lavoratori, come ha dichiarato Michele O’Neil, presidente del Consiglio australiano dei sindacati: “Gli australiani potranno finalmente trascorrere del tempo di qualità con i propri cari senza lo stress di dover rispondere continuamente a chiamate e messaggi di lavoro irragionevoli.”

    In pratica, questa legge consente ai dipendenti di non rispondere a email, telefonate o messaggi di lavoro al di fuori dell’orario di lavoro senza temere ripercussioni. Tuttavia, c’è un “ma”: il rifiuto non deve essere “irragionevole”. La legge lascia spazio a interpretazioni, stabilendo che il giudizio su cosa sia ragionevole dipende da vari fattori, come la natura del ruolo, il motivo del contatto e le circostanze personali del dipendente.

    Pro e contro di una legge rivoluzionaria

    Come ogni medaglia, anche questa ha il suo rovescio. Da un lato, i lavoratori possono finalmente scollegarsi senza sentirsi in colpa o rischiare di compromettere la loro carriera. È una vittoria per il benessere psicologico, soprattutto in un’era in cui lo smart working ha reso i confini tra lavoro e vita privata sempre più sfumati. Dall’altro lato, i datori di lavoro, rappresentati dall’Australian Industry Group, hanno espresso preoccupazione. Secondo loro, la legge è stata “affrettata, mal concepita e profondamente confusa”. Temono che possa complicare la gestione del personale, soprattutto quando si tratta di offrire ore di straordinario o gestire situazioni urgenti.

    Il Vecchio Continente: un passo indietro?

    Mentre l’Australia si posiziona come pioniera, l’Europa rimane in un limbo legislativo. In Francia, il diritto alla disconnessione esiste dal 2016, grazie alla “Loi Travail”, ma l’effettività della legge dipende molto dalla contrattazione collettiva. In Italia, la situazione è ancora più nebulosa: il diritto alla disconnessione è menzionato nella legge sullo smart working del 2017, ma è lasciato agli accordi individuali tra datore di lavoro e dipendente. In altre parole, se vuoi disconnetterti, devi prima negoziare!

    Il Diritto alla Disconnessione è davvero la soluzione?

    In un mondo ideale, il diritto alla disconnessione ci libererebbe dallo stress di dover essere sempre “on”. Ma nella realtà, è tutto così semplice? Pensiamo agli imprenditori, ai dirigenti o a chi lavora in settori critici come la sanità: è possibile per loro staccare la spina completamente? E cosa succede se un’emergenza richiede la tua attenzione proprio quando stai per andare a dormire? La legge australiana cerca di bilanciare queste esigenze, ma la linea tra ciò che è ragionevole e ciò che non lo è rimane sottile.

    Tra lavoro e vita, il confine è sottile

    Il diritto alla disconnessione è una conquista importante per la salute mentale dei lavoratori, ma non è privo di sfide. L’equilibrio tra lavoro e vita privata è una questione complessa, e una legge, per quanto benintenzionata, non può risolvere tutte le sfide che derivano dal mondo del lavoro moderno. La vera sfida sarà trovare un compromesso che rispetti le esigenze di entrambe le parti, garantendo ai lavoratori il diritto di riposarsi senza paralizzare le operazioni aziendali.

    In attesa che l’Italia e l’Europa facciano il loro passo, forse è il momento di riflettere su come possiamo migliorare la nostra vita lavorativa quotidiana. Fino ad allora, potete sempre mettere il telefono in modalità “non disturbare” e godervi la vostra serie preferita… almeno finché non arriva una nuova email!

  • #JobCafè WITH Anna Zinola

    #JobCafè WITH Anna Zinola

    L’inclusione di cui tanto si parla è reale?
    Diverso da chi: l’inclusione come strumento di marketing” di Anna Zinola.
    Anna Zinola, docente universitaria e giornalista, si è cimentata sul tema della diversità e dell’inclusione nel suo libro “Diverso da chi: l’inclusione come strumento di marketing”, edito da Egea. Attraverso numeri, storie e casi di cronaca, il libro ripercorre la storia e traccia l’evoluzione del concetto di inclusione nel mondo della comunicazione, in bilico tra obiettivi commerciali e la possibilità di migliorare davvero la realtà che ci circonda.
    A nostro avviso, l’analisi è molto centrata e sempre più nasce la domanda: inclusione reale o funzionale al sistema? Ne abbiamo parlato a lungo con lei.

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    Da dove nasce l’idea di questo libro?

    L’idea nasce dall’osservazione della realtà: mi sono resa conto che inclusione è una delle parole ricorrenti del discorso sociale come delle conversazioni di ogni giorno. Se ne parla nei più diversi contesti (sui giornali, negli ambienti di lavoro, nelle università, sui social media  etc) e non sempre a proposito. A partire da questa constatazione ho iniziato a pormi una serie di domande: perché si parla tanto di inclusione? E in cosa consiste oggi l’inclusione? Ancora, la nostra è una società davvero inclusiva oppure inclusione è solo una (bella) parola?

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    Parlando di diversità e inclusione qual è, secondo te, il tema più sfruttato: donne, LGBTQ, colore della pelle?

    Nel nostro paese sicuramente il gender è uno dei più gettonati. Si parla moltissimo di empowerment femminile e (quasi) tutte le aziende sottolineano la presenza delle donne nel loro organigramma. Di fatto è un tema presente già da molti anni: lo dimostra il fatto che la legge Golfo-Mosca,  più nota come la legge sulle quote rosa, ha ormai più di 10 anni. Più recente è, invece, il dibattito intorno alla questione LGBTQ, che è diventato “caldo” nel corso degli ultimi 2-3 anni. Rispetto ad altri paesi, come gli Stati Uniti, da noi la tematica razziale è un po’ meno sentita. Il motivo è legato alle caratteristiche della popolazione: da noi i fenomeni migratori sono più recenti e la presenza di persone di etnie diverse è ancora limitata.

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    A tuo avviso, il mondo del lavoro sta realmente percorrendo la strada dell’inclusione?

    È difficile fare un discorso generale perché vi sono realtà molto diverse. Alcune aziende attuano, al loro interno, delle politiche realmente inclusive, mentre per altre è soprattutto (se non soltanto) un business: un modo per ampliare il bacino dei consumatori, allargarsi a nuovi segmenti. E, in questo modo, incrementare il fatturato. Si potrebbe obiettare che sono segmenti minoritari, le così dette nicchie del mercato, il cui impatto sulle vendite non è rilevante. In realtà, i numeri dicono l’opposto. Prendiamo il caso del make up maschile. Se consideriamo solo la fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni, che di fatto costituisce il core target, abbiamo oltre 6.2 milioni di potenziali consumatori. Ipotizzando una spesa media annuale pari a 50 euro e una quota di acquirenti pari al 5% del totale, si arriva a 15.5 milioni di euro.

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    Qual è il tuo concetto di inclusione vera, effettiva e non strumentale?

    L’inclusione reale si sostanzia in azioni, non è solo fatta di proclami e comunicazione. Significa, per esempio, favorire la creazione di team composti da  persone eterogenee (per cultura, formazione, visione, genere, età) e supportare la presenza delle donne nell’organizzazione attraverso interventi concreti, come i nidi aziendali. Queste azioni sono un valore in sé e, nel contempo, producono valore. Un’organizzazione inclusiva favorisce il dialogo, promuove il confronto tra modi di vedere  e approcci differenti. E, in ultima istanza, facilita l’elaborazione di soluzioni innovative, out of the box, che tengono conto dei bisogni (e dei punti di vista) di vari segmenti di consumatori. Il tutto impatta positivamente sui fatturati e sui ricavi. Non solo: l’inclusione produce valore in quanto accresce l’engagement delle persone nell’organizzazione. I dipendenti che si sentono valorizzati come persone – a prescindere dalle loro caratteristiche – tendono a identificarsi maggiormente nell’organizzazione, a impegnarsi di più e a rimanere più a lungo al suo interno.

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  • #JobCafè – Speciale W20

    #JobCafè – Speciale W20

    Leadership femminile. equità salariale parità di genere sembrano essere il leitmotiv di questo periodo. Tutti ne parlano, ma soprattutto il Presidente del Consiglio Mario Draghi, nel suo discorso alla Camera, ha sottolineato come il rilancio del Paese non possa prescindere dal coinvolgimento delle donne.

    Ricordiamoci che in Italia il divario di genere nei tassi di occupazione rimane tra i più alti in Europa. La pandemia ha colpito pesantemente le donne, è su tutti i giornali e non ripeteremo qui dati e cifre, ma la situazione femminile, in questo preciso momento storico pesante e doloroso per tutti, è particolarmente devastata.

    Noi siamo fermamente convinti che un serio coinvolgimento delle donne nel mondo del lavoro, della politica, della cultura a tutti i livelli sia imprescindibile per un reale cambiamento della nostra società che, con la pandemia, ha mostrato impietosamente tutti i suoi limiti.

    Da queste convinzioni nasce la Partnership con il Women 20 – Gruppo ufficiale del G20 su parità di genere ed empowerment femminile – che sta concretamente elaborando proposte di policy per i leader dei paesi membri su parità di genere, inclusione, crescita sociale ed economica della donna.

    Porteremo il nostro contributo, per quanto è possibile, su tutti i temi inerenti al mondo del lavoro, attingendo alla nostra esperienza in questo settore.

    Cercheremo di approfondire in un workshop, che vede fra gli altri la partecipazione dei Ministri del Lavoro e delle Pari Opportunità, i temi del paygap e della necessità di una maggior presenza delle donne fondamentale per uno sviluppo equilibrato della società.

    Concludendo: più presenza femminile significa più capacità di rinnovamento.

  • Buona Pasqua 2021

    Buona Pasqua 2021

    È passato un anno dall’inizio di questa guerra contro la pandemia che ci ha colto tutti di sorpresa e ha completamente travolto le nostre vite e il nostro modo di lavorare.
    Stiamo vivendo, in questo momento sulle montagne russe delle buone notizie (l’arrivo del vaccino) e delle notizie poco rassicuranti (variante inglese, disorganizzazione nella vaccinazione), stiamo vivendo fasi di grande speranza ”ne siamo quasi fuori” e di abbattimento “non ce la faremo mai”.

    Non vogliamo sembravi troppo ottimisti, ma noi crediamo che siamo, davvero, all’ultimo miglio di questa dolorosissima vicenda umana che ha travolto tutto il mondo.

    Se siamo arrivati fin qui vuol dire che abbiamo avuto il coraggio necessario per affrontare tutto: privazioni, solitudine, paura, dolore.  Diciamocelo che siamo stati bravi e diciamoci anche che siamo pronti a un futuro che deve, per forza, essere migliore e diverso, che siamo pronti al cambiamento e che siamo pronti a vivere una vita più equilibrata.

    Non sappiamo se si ripeterà il fenomeno nel bene e nel male de les années folles, degli anni ’20 (dopo la terribile “spagnola” in cui morirono almeno 50milioni di persone), con tutta l’innovazione che ha portato nell’arte, nella letteratura, nella musica, nella moda, ma anche con tutto il conseguente sfrenato consumismo.  Non sappiamo che cosa esattamente accadrà, ma a costo di sembrarvi eccessivamente fiduciosi nel futuro, crediamo che ci sarà davvero un nuovo Rinascimento non solo delle nostre vite, ma soprattutto delle nostre coscienze.

    Buona Pasqua a tutti noi!

  • #JobCafè WITH Serena Apicella

    #JobCafè WITH Serena Apicella

    In questi tempi difficili e di cambiamento si parla sempre di più di un nuovo approccio alle modalità di lavoro, di smart working, di leadership femminile, di parità di genere ancora lontana (purtroppo), di giovani che faticano a inserirsi nel mondo del lavoro e di tutti quei temi che portano ad una  nuova visione della gestione delle risorse umane. Di questo e di altro ancora abbiamo parlato con Serena Apicella – HR Manager di Birra Peroni.

    Come sei arrivata a fare il tuo lavoro nel mondo delle risorse umane?

    Un po’ per caso in realtà. Mi sono laureata in Scienze politiche, che non dà una specifica specializzazione, ma è proprio quello il motivo per cui l’ho scelta, mi lasciava aperte molte possibilità; dopo la laurea ho fatto  un master per imparare a gestire i fondi comunitari e poi uno stage in ISTUD, una scuola di formazione che, tra le altre cose, progettava ed erogava master post laurea finanziati dalla Comunità Europea.  Qui mi hanno insegnato come si progetta un corso di formazione e come si sta in aula; inoltre facevo la tutor ai master finanziati, ne progettavo i contenuti con i docenti e seguivo tutta la gestione. Poi ho iniziato a fare formazione e piccole consulenze alle aziende, e allora mi sono resa conto che non sapevo niente di come funziona un’azienda. Ho deciso, quindi, di fare un MBA e ho scelto quello della Bocconi, che all’epoca durava 16 mesi. Ho concluso a dicembre del 1999 e a gennaio 2000 ho iniziato a lavorare a Firenze in General Electric Oil & Gas (ex Nuovo Pignone),inizialmente come responsabile della formazione, poi come generalista per alcune funzioni e così ho cominciato la mia carriera nel fantastico mondo delle risorse umane e non l’ho più abbandonato.

    Cos’è che ti fa rimanere nel mondo delle risorse umane?

    La bellezza dei rapporti che riesci a costruire, nonostante ci sia anche tanta frustrazione perché non tutte le aziende sono illuminate e non tutti i manager sanno motivare le proprie persone o farle crescere. È un ruolo abbastanza complicato, però  è una professione che ti mantiene sempre in attività. Hai sempre qualcosa da imparare perché hai a che fare con gli altri esseri umani, quindi se sei aperto ti arricchisce e ti fa mettere in discussione costantemente. Non è un lavoro facile ma, se sai guardare le cose da tutti i punti di vista, impari tanto e ogni volta ti porti a casa qualcosa di nuovo. Imparare a gestire le persone è una sfida non da poco, devi interagire con tanta gente diversa con livelli di preparazione anche culturale differente e che vengono da mondi differenti. È questo che mi mantiene legata a questo lavoro: imparo sempre tantissime cose dalle persone con cui ho a che fare, nel bene o nel male. Un altro aspetto è lo studio, devi studiare sempre, ti devi mantenere informata, e questo, per me, è molto stimolante.

    Quali sono le criticità che tu vedi in questo momento storico, al di là del COVID, in generale nel mondo del lavoro da un punto di vista di valorizzazione delle  risorse?

    Questo è un momento che richiede un grosso cambiamento di approccio da parte  delle aziende, lo smart working ci sta aprendo la possibilità di lavorare in modo più flessibile e di occuparci di altri aspetti che fino ad ora non sono stati presi seriamente in considerazione, come il benessere, il bilanciamento  vita personale- vita professionale, se ne parla da quando ho iniziato questo mestiere, ma credo che solo adesso si cominci a capire che bisogna veramente occuparsene. E non è per niente scontato che siamo in grado di cambiare  questo nuovo approccio al lavoro, e che si sia pronti, anche nell’ambito del mondo risorse umane, a capire e a dare valore a queste esigenze. Tutti ne parliamo ma quando i  ragazzi scelgono un’azienda sulla base dei valori che dichiara, dobbiamo, poi,  essere in grado di praticare quei valori, dimostrare che non sono solo chiacchiere. Dobbiamo cambiare mentalità, avvicinarci alle nuove generazioni ed è tutt’altro che facile perchè noi per primi fatichiamo a cambiare i nostri atteggiamenti. La vera sfida, per me,  è essere davvero capaci di comprendere e portare il cambiamento.

    La posizione delle donne nel mondo del lavoro, attualmente cosa vedi?

    Vedo che siamo sempre al palo. Stavo leggendo qualche giorno fa una ricerca che metteva in evidenza che siamo una popolazione che invecchia, non aumentano le nascite e questo porterà un grosso peso sulle generazioni future per mantenere quelli che andranno in pensione. Un altro dato che è emerso è che dei posti di lavoro persi nel 2020 il 98% sono coperti da donne. Questo è impressionante e non si può pensare che lo risolvano le aziende da sole. Se non c’è una riforma sociale che riesca a dare alle donne degli strumenti concreti, avremo sempre meno natalità e sempre meno donne che lavorano. Se non si comincia a investire sulla scuola, sul supporto alle donne che hanno figli, francamente vedo veramente difficile un miglioramento. Il cambiamento positivo che ho osservato è che, almeno, adesso se ne sta parlando di più, comincia ad aumentare la consapevolezza. È importante ma non basta.

    Che consigli daresti a un giovane che si affaccia ora al mondo del lavoro? Anche per lavorare nel mondo delle risorse umane?

    Questa generazione,  rispetto alla mia, è molto più sfortunata. Ai mei tempi, facevi i master, poi facevi lo stage e all’80% venivi assunto, perché c’era più spazio per fa crescere le persone all’interno del contesto lavorativo. Adesso, a maggior ragione con il COVID, la situazione è molto più difficile. Quindi, un giovane che vuole entrare nel mondo del lavoro deve specializzarsi, studiare seriamente e studiare tanto , perché c’è tanta approssimazione anche nel mondo della scuola. Per chi vuole lavorare nel settore delle risorse umane deve scegliere i Master in HR che possono essere un aiuto ma vanno scelti bene. Un altro suggerimento è cercare di differenziarsi rispetto agli altri, che vuol dire, ad esempio, fare esperienze di lavoro all’estero  durante gli anni dell’Università. Tutti  quelli che possono fare l’Erasmus, andare all’estero, fare esperienze fuori, lo devono assolutamente fare. Vedo che ci sono tanti giovani che hanno studiato ma non hanno fatto nient’altro, questo li penalizza perchè hanno tanta concorrenza e chi riesce a distinguersi perché ha fatto delle cose in più ne trae sicuramente  vantaggio. Infine, un po’ di faccia tosta: bisogna iniziare a lavorare sul proprio network da quando si va all’Università, costruirlo, crearlo e mantenerlo.

  • #JobCafè WITH Daniela Toccafondi

    #JobCafè WITH Daniela Toccafondi

    In occasione dell’8 marzo non abbiamo voluto fare grandi manifestazioni o esternazioni, a nostro avviso questo è il tempo dell’ascolto e della ricerca di soluzioni. E noi abbiamo ascoltato, sui temi che riguardano ognuna di noi oggi, la voce autorevole di Daniela Toccafondi, docente universitaria e Presidente del PIN, Polo Universitario della città di Prato, e che in passato ha ricoperto il ruolo di Assessore alla Semplificazione e alle Politiche economiche e per il lavoro del Comune di Prato. È una voce forte, precisa, concreta.

    Mi parli del ruolo della donna in questo preciso momento storico fra lavoro e università?

    Il ruolo della donna è da sempre importantissimo e primario da ogni punto di vista, il problema è che non viene riconosciuto. Prendiamo, ad esempio, questo momento di pandemia in cui le situazioni familiari sono complesse. Le donne sono il baricentro di tutti i nuovi assetti sia familiari sia lavorativi per cui hanno un ruolo ormai insostituibile di un elevato valore, però quasi mai questo ruolo viene riconosciuto appieno. Basta pensare che a parità di mansioni fra uomo e donna il divario salariale è ancora molto significativo, questo vuol dire che non viene riconosciuto appieno l’apporto delle donne sul luogo di lavoro, quindi direi che c’è molto da fare.

    Secondo te c’è anche una responsabilità della donna nel proporsi al mondo del lavoro?

    Questo non lo so, vengo da una zona, la Toscana, che ha una tradizione etrusca di società matriarcale, quindi abbiamo una situazione migliore rispetto ad altre parti d’Italia. Devo dire, tuttavia, che non ho neanche mai apprezzato totalmente certe scelte di valorizzare politicamente il ruolo della donna. Per esempio, trovo che le quote rosa siano un minus, perché sono convinta che le persone dovrebbero essere chiamate per merito e fintantoché non ci si pone su un discorso di meritocrazia non si arriva neanche a sfondare questa differenziazione tra uomo e donne. Sono però convinta che le donne possiedano qualche capacità in più, perché riescono a gestire meglio situazioni multitasking. Insegno all’Università da 23 anni e vedo tutti gli anni nella compagine degli studenti che si affaccia al mio corso che ci sono molte studentesse fra le persone più reattive, più propositive, più capaci di trovare soluzioni, di immaginare con creatività qualcosa di nuovo. Credo che ci sia un grande merito nella parte femminile della società, ma che tuttavia non venga riconosciuto. Insomma non vorrei porre l’accento su uomo o donna, ma sul riconoscimento del merito di essere all’altezza di un ruolo, di una funzione di un compito.

    Parliamo della violenza sulle donne, sono aumentati tantissimo i femminicidi e, ovviamente, il Covid non ha giovato.

    Questo è un aspetto che mi fa particolarmente male per tanti motivi, anche perché, purtroppo, ho avuto una cara amica che se n’è andata in conseguenza di questo e ho vissuto personalmente una sofferenza profonda. Lo trovo inaccettabile e ringrazio chi si spende e dà il suo contributo; ci sono tantissime associazioni di volontariato che aiutano le donne in situazioni di violenza con tante persone coinvolte. Esistono luoghi al mondo dove questo terzo settore non è autorizzato né organizzato e ritengo di vivere in un luogo fortunato, perché ci sono paesi un po’ più arretrati dove le violenze rimangono solo fra le mura domestiche. Tuttavia, non dobbiamo sottovalutare anche il tema del bullismo fra le ragazzine, la violenza non è solo sessista. Oggigiorno ci sono anche delle situazioni psicologicamente ribaltate. È la logica della sopraffazione che è sbagliata. Si devono affrontare le cose sulla ragionevolezza e sul dialogo, è questo l’avanzamento culturale che bisognerebbe promuovere un po’ in tutti i paesi, soprattutto in quelli più avanzati. Fino a che non si arriva alla capacità del dialogo e del confronto con un balzo culturale credo che ci sia poco da fare. Personalmente, vorrei fare di più.

    Ci sono delle ricerche secondo cui le donne, anche le più indipendenti, delegano la gestione del denaro agli uomini, secondo te, se le donne avessero maggiore indipendenza economica, maggiore capacità di gestire il proprio denaro, le cose sarebbero migliori?

    Non so se questo sia un elemento che può facilitare, perché a volte le donne quando hanno una maggiore libertà, sono più spavalde, hanno più voglia di affermazione nell’ambito di una coppia, di una famiglia e questo può portare a delle incomprensioni. Non è semplice per la donna che lavora e che trova la sua collocazione nella società, poi riportare degli equilibri interni in famiglia. Ripeto: non so se questo, in qualche modo, possa incidere, ma credo, per certo, che le donne debbano essere autosufficienti sempre, in qualunque caso, devono avere le loro entrate economiche. Pensa a che cosa ha fatto Yunus per far avanzare la libertà economica delle donne con la realizzazione delle cooperative: ha prodotto uno sviluppo economico pazzesco, legato a un’economia di stampo molto tradizionale. Ha valorizzato le donne, ha pensato a un modello diverso in una società con un’economia tradizionalissima. Questo è ciò che si dovrebbe fare anche nelle società avanzate. Soprattutto adesso che con la digitalizzazione tutto sta cambiando, si deve pensare a modi diversi, alternativi per poter dare a tutti la possibilità di riscattarsi, avere il proprio posto nella società.

    Che consigli daresti alle giovani donne che si affacciano al mondo del lavoro?

    Direi loro quello che dico a mia figlia: “sii te stessa” perché credo che ci sia un luogo adatto, un posto, una casa per tutte le ambizioni, per tutte le capacità, per tutte le idee, per tutti i sogni delle donne. Basta solo trovare il posto da sole. Non si deve far finta di essere altro, perché far finta non porta da nessuna parte. La sincerità nell’essere dà risultati anche nella crescita dell’avere. “Troverai la tua collocazione sono sicura. Adesso trova il coraggio. Trova il coraggio dentro di te perché ce l’hai”.

  • #JobCafè WITH Leonardo Volpi

    #JobCafè WITH Leonardo Volpi

    Questa settimana abbiamo dialogato con Leonardo Volpi, Responsabile Sviluppo Progetti e Prototipi di Edra, azienda toscana, nota in tutto il mondo per la produzione di divani e poltrone di altissima qualità. Prodotti innovativi che hanno il pregio di unire tradizione artistica, ricerca tecnologica, alta sapienza manuale e materiali di elevatissimo pregio. Del lavoro Leonardo Volpi ha una visione piuttosto romantica: il senso della condivisione e collaborazione per un fine comune è quello che ha mosso le sue scelte. E per i giovani il consiglio: “fare le cose per se stessi e non per gli altri”.

    Come è arrivato a fare il suo lavoro e qual è la molla che tuttora la spinge?

    Un percorso professionale a ritroso il mio, prima con uno studio mio personale, sposando un’azienda poi.
    Mi piace ricordare che negli anni ’80 per aprire un proprio studio “bastava” un minimo di incoscienza e pochi soldi per organizzare l’agognato locale e farsi spazio tra le occasioni di lavoro; c’erano meno pratiche burocratiche. Tutto era più facile anche grazie a certi imprenditori che vedevano nelle figure giovanili prospettive di novità oltre che di risparmio in termini economici.
    Un lungo periodo di svariate collaborazioni con aziende di vari settori, progetti di design, grafica e comunicazione fino a quando la vicinanza sempre più persistente e costante con Edra ha fatto sì che l’incarico di gestore del progetto assumesse sempre più importanza e valenza tra le esigenze della azienda e mi fu chiesto di assumere questo ruolo in maniera continuativa.
    Una scelta che apre una strada fatta sì di compromessi, ma soprattutto di gioco di squadra ovvero di apporti, stimoli e competenze che si incrociano e confluiscono in prospettive e progetti comuni. Del lavoro ho una visione piuttosto romantica, il senso della condivisione e collaborazione per un fine comune è quello che ha mosso le mie scelte.
    La molla che mi spinge o il canapo che mi tiene, è rappresentato da un’ambizione personale. “Dimostrare per dimostrarsi” è la definizione che do al mio lavoro ovvero quello di “tradurre esigenze in specifiche”, detto così sembra molto fredda ma in realtà, e aggiungo spesso, le soluzioni arrivano da un apporto “creativo” al sistema produttivo.
    Ho una fortuna che è quella di dialogare con interlocutori che offrono una visione, prima di un progetto, una sorta di viaggio immaginario nel quale, alla fine, molti hanno messo qualcosa.
    Le competenze, mettere in forma un’idea, visualizzarla, prototiparla e portarla a prodotto, stanno diventando sempre più interdisciplinari perché il valore di un prodotto si misura con sempre più aspetti ovvero i comportamenti sociali e della persona, le prestazioni, la manutenzione, la durata del prodotto, la modalità di distribuzione e così via.

    Come ha vissuto e sta vivendo il momento attuale?

    Come fosse un periodo di convalescenza, nel quale sai che devi fare a meno di molte cose, luoghi e persone prima di rimetterti. Dal punto di vista professionale il caso ha voluto ( e tocco ferro!! )  di averlo vissuto in assenza di sospensioni o impedimenti, solo restrizioni di natura preventiva. Lo smart working, anche se preferisco chiamarlo lavoro da casa, nel mio caso è risultato poco produttivo e prossimo alla inattività in quanto il confronto pratico e visivo con le varie fasi è fondamentale.

    Il mercato del suo settore come sta reagendo alla pandemia?

    Dal punto di vista commerciale la mia valutazione risulterebbe molto sommaria, preferisco estraniarmi dalla pratica dei numeri, ma posso banalmente esprimere che la Edra dimostra radici profonde e non risente troppo di questa pandemia. Certamente deve adeguarsi e fare sua la serie di restrizioni e attenzioni che rendono tutto meno scorrevole, più articolato e complesso.

    Che consigli darebbe ai giovani che desiderino entrare a far parte del mondo del lavoro nel suo settore?

    I consigli sono dettati dalla serie di casualità personali…ma ci provo. Un consiglio? quello che spesso do ai miei figli, ancora studenti, ovvero di “fare le cose per loro stessi e non per gli altri”. Può sembrare un approccio egoistico, in realtà nello studio o nel lavoro il fine è l’accrescimento personale e non il raggiungimento della soddisfazione del professore o del datore del lavoro. Così la crescita diventa cosa quasi certa e appagante. Ad un giovane, aggiungo che i propri errori, se valutati, sono materia di esperienza più di una serie di consigli.

  • #JobCafè WITH Guido Savio

    #JobCafè WITH Guido Savio

    L’artigianalità è da sempre il cuore del Made in Italy e una delle migliori espressioni del nostro Paese. Purtroppo tante professionalità stanno sparendo, a causa anche o soprattutto di una scuola che non è in grado di formare gli artigiani di oggi. Di questo e altro ancora abbiamo parlato con Guido Savio, Amministratore Delegato della Savio Firmino, un’importante azienda che opera nel settore degli arredi per interni con una spiccata vocazione artigianale. I loro prodotti sono vere e proprie opere d’arte, come sculture in legno. E con lui abbiamo avuto la conferma che per fare bene il proprio lavoro servono passione, sacrificio e tanta preparazione che la scuola, a volte, non è in grado di fornire ma le aziende si. Per dirla con Guido Savio “Per imparare, ancora oggi, si deve andare a bottega”.

     

    Mi racconta la sua storia: come è arrivato alla sua professione e perché?

    È molto semplice: sono figlio di mio padre, valente intagliatore in legno, che aveva una piccolissima azienda artigiana. Ho cominciato a lavorare con lui a 14 anni, cioè appena finite le scuole medie, lavoravo e studiavo. Mi sono iscritto a Firenze all’Istituto Statale d’Arte, un’ottima scuola che mi ha dato una formazione eccezionale, ma mi permetteva anche molta libertà. Data l’ottima formazione delle scuole medie di anni fa, potevo permettermi di seguire soprattutto le materie artistiche, che erano quelle che mi interessavano di più. Dopo essermi diplomato, all’età di 18 anni, sono entrato a lavorare con mio padre, a pieno titolo e tre anni dopo, mentre svolgevo il servizio militare, mio padre è venuto a mancare, così mi sono trovato a ventun anni ad occuparmi dell’azienda. La molla che mi ha spinto e ancora mi spinge è il piacere di creare qualcosa. Il mio lavoro mi è sempre piaciuto tantissimo all’inizio e mi piace tuttora, perché, pur dando tante preoccupazioni, dà anche grandissime soddisfazioni. È creativo, e consente di vedere cosa si riesce a realizzare artigianalmente.

    enda l’artigianalità ha un ruolo molto importante

    Certo! Io ho studiato tutto, ma particolarmente scultura e scultura in legno. Sarei un bravo artigiano, anche se ho sempre esercitato la funzione di imprenditore.
    I prototipi, ad esempio, per lunghissimo tempo e fino a poco fa, li facevo io manualmente. È una grande passione.

    Una domanda legata il momento che stiamo vivendo, che periodo sta passando il suo settore specifico?

    Il settore sta passando un periodo molto brutto, ma la crisi non è dovuta solo al COVID, perché era già in atto prima, è da tanto tempo che l’impresa è osteggiata e a questo si somma una periodica crisi della tipologia di mobili che noi facciamo. Adesso va molto di moda il mobile moderno, contemporaneo e meno il classico e questo ha portato alla chiusura anche di diverse aziende del settore. Il Covid non ha migliorato le cose, perché noi lavoriamo soprattutto per l’estero e il fatto di non poter viaggiare è un ostacolo importante, anche se, per fortuna, i nostri clienti continuano a inviarci gli ordini anche se non ci andiamo di persona.

    Che consigli darebbe ai giovani che desiderino iniziare a lavorare in questo ambito?

    Non è facile perché non abbiamo una scuola che aiuta e, storicamente parlando, la professione si basava sull’apprendistato, i giovani andavano a bottega a imparare il mestiere. Adesso questo non esiste più e la scuola, contemporaneamente, ha cessato di insegnare. Per fortuna, ci sono le nuove tecnologie per cui anche senza saper scolpire materialmente si arriva a fare scultura lo stesso.

    Stiamo perdendo una grande professionalità o no?

    Certamente, però da un certo punto in poi la scuola ha insegnato ai ragazzi che il lavoro manuale era degradante, non che era duro o altro, era degradante, allora è ovvio che i ragazzi ora non sappiano fare niente manualmente. Questo è un problema, tutto il Made in Italy è basato sulle capacità degli artigiani, comunque, ripeto, con le nuove tecnologie e i disegni computerizzati il settore non finirà. Oggi dobbiamo essere tutti digitali, altrimenti è difficile andare avanti, faccio qualcosa di digitale anch’io a ottant’anni!

    Ci sono scuole che insegnano?

    Non la materia specifica, quindi devono imparare i programmi e rivolgersi alle aziende. In sostanza, per imparare si deve, ancora oggi, andare a bottega.

  • #JobCafè WITH Domenico Vitucci

    #JobCafè WITH Domenico Vitucci

    Affrontiamo il tema della cultura, in questo periodo complesso, ancora da un altro punto di vista. Parliamo con Domenico Vitucci, Presidente della Cooperativa che gestisce l’unica sala comunale romana, il “Nuovo Cinema Aquila”, che nel corso degli anni si è specializzato nel portare alla luce tutte le realtà del cinema indipendente. Molto spesso unica sala romana a proporre alcuni film e ospitare manifestazioni di cinema indipendente, sovente con grande successo, è dal 2008 il principale punto di riferimento per chi ama gli incontri con gli autori in sala. Nell’arco di questi anni sono stati presenti numerosi autori italiani e internazionali nonché alcuni premi Oscar.

     

    Come sei arrivato a fare questo lavoro?

    Ho iniziato come giornalista cinematografico, sono stato tra i fondatori del più importante sito internet di cinema italiano negli anni ‘90 cioè 35mm.it, che adesso non esiste più. Alla fine di quel decennio ho intrapreso l’attività di operatore sociale e cultuale nell’ambito della cooperazione sociale, occupandomi sostanzialmente di spettacolo. Nel 2005 abbiamo vinto il bando per il Nuovo cinema Aquila e, una volta che il cinema ha aperto, ho spostato tutte le mie competenze nell’ambito della cultura a servizio del sociale.

    Cosa ti ha spinto?

    La mia volontà di impegno sociale. Mi ha sempre attratto l’attività di operatore sociale e culturale. Le prime cose che ho fatto nell’ambito sono stati corsi di cinema ad ex tossicodipendenti ed ex detenuti e da quando il cinema ha aperto abbiamo sovente dato lavoro anche ai ragazzi a rischio del quartiere. L’ambito della cooperazione sociale, forse grazie anche all’impegno che ci ho messo, mi ha portato moltissime soddisfazioni e non solo da un punto di vista umano.

    La cultura credo sia uno dei settori più massacrati da questa pandemia, come state vivendo questo momento?

    Il momento è molto triste, sono pochi gli elementi positivi. Abbiamo avuto dei ristori e stiamo riuscendo a sopravvivere, ma il ritorno alla normalità a mio avviso si allontana tantissimo. Anche se le sale potranno riaprire, credo che si parlerà di maggio. Non solo, nei mesi estivi saremo invasi dallo sport, visti i grossi eventi che sono stati rimandati l’anno scorso. Questo significa aprire un mese e stare un po’ ‘in apnea’ per tutta l’estate. Tra lo scorso giugno e metà ottobre le sale hanno riaperto, ma non è stata buona la situazione in termini di numeri, quelle che ci sono riuscite hanno investito molto e quando c’è stata la seconda chiusura non si sono trovate in buone condizioni. Credo che le istituzioni dovranno prevedere di dare ulteriori aiuti perché, purtroppo, sono tantissime le realtà e i lavoratori che sono in pessime condizioni. Troppi lavoratori di questo settore non hanno avuto niente, neanche la cassa integrazione.

    Pensi che si perderanno delle professionalità per strada?

    Questo si spera di no, in realtà le produzioni non hanno mai smesso di lavorare. Tutto quello che era già  pronto, lo scorso anno, si è riusciti a venderlo alle piattaforme, che sono state la salvezza e attualmente prosperano, come tutta la ‘fruizione casalinga’, vedi anche l’ambito editoriale. Per il teatro in particolare, non a caso, il problema appare irrisolvibile.

    Dei giovani che volessero lavorare in questo settore nel mondo della cultura che consigli diresti?

    Gestire una sala adesso è molto costoso, al di là del fatto che c’è meno pubblico: gli stessi circuiti tendono a ridurre il numero delle sale per risparmiare. Ci sono, tuttavia, moltissime sale indipendenti che si possono  condurre con poco personale, con operatori polifunzionali che dalla cassa sono in grado di gestire proiezioni e quant’altro.

    Che tipo di preparazione?

    Qualsiasi professione nell’ambito del cinema deve partire da una buona conoscenza del settore. Non ha importanza il corso di studi, devono prendersi del tempo, uno o  due anni, per conoscere a fondo il settore cinematografico a tutti i livelli.

    Che caratteristiche personali devono avere?

    Essere, soprattutto, appassionati.

    Vorrei dire un’ultima cosa. In questo momento si parla molto delle problematiche della didattica a distanza ed è, praticamente, un anno che tutta una generazione non va al teatro o al cinema e, soprattutto, che non vede film di qualità. Temo che corriamo il grosso rischio che i giovani stiano due anni lontani dalle sale cinematografiche, e questo potrebbe diventare, in seguito, un rifiuto culturale per buona parte di una generazione.