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  • #JobCafè WITH Elvira Marasco

    Il tema delle donne e della diversità di trattamento nel mondo del lavoro
    è uno dei temi centrali del W20
    che quest’anno sarà in Italia a Luglio.

    Abbiamo parlato di questo e di altro ancora con Elvira Marasco,
    Senior Advisor in AIDDA per il W20 in Italia.

    Ci racconti un po’ di te, come sei arrivata ad occuparti di AIDDA?

    È successo molti anni fa, più di 16. La Segreteria nazionale di AIDDA è a Roma, la mia città di residenza. Diventò presidente nazionale in quegli anni una mia  amica che mi chiese di darle una mano nel tenere le relazioni esterne e quelle con le istituzioni. Io rientravo da un lungo periodo all’estero e collaboravo con associazioni di volontariato; con una di queste portavamo avanti progetti per aiutare le donne in aree geografiche molto disagiate tipo l’Afghanistan, alcune zone del Medio Oriente. Aidda mi sembrò subito un’associazione interessante e dinamica con tanto potenziale. Mi ci dedicai con entusiasmo.

    Cos’è W20 e quali sono i suoi obiettivi?

    W20 sta per Women 20, ed è un gruppo di interesse della società civile che ha come scopo quello di elaborare proposte di policy per i leader dei paesi membri del G20. Il W20 nasce in seguito alla dichiarazione di Brisbane (Australia) in cui i paesi partecipanti, che rappresentano l’80% del PIL mondiale, si impegnano a ridurre del 25% il divario tra uomini e donne nella partecipazione al mercato del lavoro entro il 2025. Durante il G20 australiano si evidenziò che le donne non erano ben rappresentate e fu deciso di dare loro più voce istituendo il Women 20. L’anno successivo durante la presidenza G20 Turchia, il W20 fece il suo esordio. Questi sono i temi trattati dal W20: Labour inclusion,  Financial inclusion,  Digital inclusion.  Le delegate italiane sono rappresentanti della società civile scelte in base ai loro CV e con esperienza nelle tematiche di genere.

    Le donne hanno fatto molti passi in avanti, ma ancora non hanno raggiunto la reale parità che si può fare, a tuo giudizio, per superare il gap

    Sicuramente c’è molta resistenza “maschile” ancora da combattere. Molta ignoranza e anche muri cementati da stereotipi e pregiudizi. Ma il cambiamento è in atto. E non si fermerà. Ormai è un dato di fatto che le donne, quelle giuste, possono fare la differenza.
    Io credo che si debba cominciare con una nuova ottica educazionale, facendo in modo che anche le figure femminili del passato vengano considerate e non permettere che i libri di storia raccontino solo una storia al maschile. Tante sono le donne che hanno cambiato il mondo e alcune non sono conosciutissime.
    Poi ci vuole più armonia tra donne, specie tra quelle che arrivano a ricoprire alte cariche. Bisogna essere coese, abbiamo uno scopo comune, il percorso deve essere fatto insieme mettendo da parte protagonismi.

    Che consigli daresti a tutti i giovani che oggi si affacciano al mondo del lavoro?

    Di studiare, tanto. Non solo la materia di cui poi vorranno occuparsi ma di farsi anche una cultura generale, di essere curiosi e di andare a vedere da dove sono iniziate le cose, qualunque sia l’argomento loro vogliano imparare. La cultura intesa come apertura è la chiave di tutto. Ma non deve essere monotematica. A volte si incontrano giovani laureati in robe da fantascienza che non sanno cosa è la Consip oppure non conoscono la capitale del Cile.

    Che consiglio vuoi dare alle donne?

    Un consiglio bello chiaro: delegate la cura di casa, pavimenti, piatti, di tutto quello che vi pare, ma prendete in mano la cura dei soldi anche condividendola con il partner. Abbiate la forza di prendere in gestione almeno una parte del vostro budget familiare ,e non solo le spese del supermercato. Da un’altra indagine è risultato che la classico di Wordivisione dei compiti in casa avviene così: Il 70% delle donne si occupano di casa ,figli, anziani malati; gli uomini di riparazioni, commissioni fuori casa, banca e decisioni di investimento. E alla domanda “qual è la ragione di questa ripartizione” Le tre principali risposte sono state: “non c’è una ragione”; “è una ripartizione naturale”; “abbiamo fatto quello che ci veniva meglio”. Questo significa che il 70% delle donne italiane pensa che va bene così. C’ è un problema di autoconsapevolezza che viene prima del welfare.

  • #JobCafè WITH Giovanna Paladino

    Parliamo di risparmio e di gestione del denaro
    con Giovanna Paladino, donna straordinaria,
    e Direttrice del Museo del Risparmio di Torino e
    Responsabile Segreteria Tecnica
    del Presidente di Intesa San Paolo

    Qual è il tuo percorso professionale, come sei diventata Direttrice del Museo del Risparmio?

    Direi per caso, come molte cose della vita. Non nasco come economista, avrei voluto fare la neurobiologa, ma il percorso di studi era troppo lungo per le possibilità della mia famiglia, così ho deciso di fare qualcosa che mi consentisse rapidamente di lavorare e raggiungere l’indipendenza economica, che per me è sempre stata una cosa importante. Non sono una persona avara, che vuole accumulare soldi, ma voglio essere indipendente, cioè libera. Ho fatto economia, con grande disappunto di tutti i professori del liceo! All’inizio pensavo che fosse un sacrificio, poi ho trovato che l’economia è, comunque, appassionante per le persone che sono un minimo curiose perché in realtà è molto di più di un semplice calcolo matematico, non è ragioneria. L’economia è più simile alla filosofia, è un modo di interpretare la realtà, di capirne i complessi meccanismi. Ho fatto un percorso di economista all’interno dell’ufficio studi di diverse Banche, ho anche insegnato alla LUISS per diversi anni. Poi sono stata ha contattata per mettere in piedi il Museo del Risparmio. All’inizio ero un po’ titubante, poi ho capito che la sfida di fare un Museo dedicato l’educazione finanziaria in cui l’interattività e la didattica son fondamentali mi attraeva. Mi sono spostata da Roma a Torino, ho curato la realizzazione e i contenuti del Museo, poi mi è stato chiesto di esserne il Direttore e di continuare a curarne i contenuti.

    Come funziona questo museo?

    Il Museo, in realtà è un Work in progress, un laboratorio di idee, di iniziative, di attività che si basano sulla capacità di insegnare divertendo, È multimediale, con video e videogiochi, laboratori per i bambini ed eventi per gli adulti. Si può visitare anche virtualmente attraverso un link, e questo ci ha permesso di farlo visitare anche durante il lock-down . Recentemente si è arricchito di una collezione privata di 1700 salvadanai provenienti da circa 30 paesi. Nel Museo cerchiamo di convogliare il messaggio: che si risparmia in funzione di un progetto, non in funzione delle paure. Il risparmio sicuramente ci dà un po’ di conforto , quando abbiamo paura del futuro, ma non può essere l’unica ragione, dobbiamo avere progetti. Dobbiamo usare i soldi nella maniera giusta, non farli uscire dal circuito e metterli sotto il materasso, ma reimmetterli all’interno del circolo virtuoso dell’economia che crea ricchezza e crescita.

    Hai fatto questo bellissimo progetto “Prometto di prendermi cura di me” dedicato alle donne che non si prendono in carico la gestione economica della propria vita. Mi racconti com’è nato questo progetto e perché è nato?

    È nato circa cinque anni fa. Ci siamo resi conto che le donne hanno un gap in termini di conoscenze finanziarie. Quando si fanno i vari sondaggi, le donne hanno sempre una performance peggiore degli uomini, questo è valido in tutti i Paesi del mondo, ma ancor di più in Italia. Le ragioni sono tante e in parte dovute alla mancanza di autostima, per cui le donne rispondono, alle domande dei questionari, “non so” – se c’è come opzione- molto più frequentemente degli uomini che, anche se non sanno, ne trovano una. Un’altra ragione è il problema culturale che nasce dall’età infantile. Abbiamo visto che c’è una maggiore responsabilizzazione nella gestione delle piccole somme, compresa la paghetta, verso i bambini e meno verso le bambine. La bambina è trattata come una principessa, quello che vuole le dai, mentre il maschio deve imparare a gestirsi. Questo comportamento crea evidentemente un gap anche da adulti e porta le donne ad essere molto più prudenti degli uomini. Questa prudenza potrebbe essere considerata una virtù, ma nella realtà non è così perché la prudenza, quando è eccessiva, significa non cogliere delle opportunità. Il condizionamento arriva dalla famiglia che pensa la bambina fragile. Le donne non sono fragili.

    In questo momento le donne stanno attraversando, credo, un momento moto complesso a causa del COVID Quelle che lavorano in smart working hanno triplicato l’impegno fra casa e lavoro, quelle che non lavorano è perché lo hanno lasciato o lo stanno lasciando per dedicarsi di più alla famiglia. Tu dal tuo osservatorio che cosa vedi in questa direzione?

    Abbiamo appena pubblicato un’indagine che riguarda le capacità di resistenza e di reazione degli italiani. È un’indagine su un campione di 2000 persone che rappresentano la popolazione italiana, la metà del campione sono donne. Questo sondaggio mi ha consentito di recuperare alcune informazioni sul comportamento delle donne, su come si rapportano al mondo del lavoro, al lavoro di casalinghe, e su chi decide all’interno della famiglia. Il risultato è molto interessante. In Italia lavora solo il 50% della forza lavoro femminile, il 10% è disoccupata, il restante 40% non è sul mercato del lavoro e fa la casalinga. Alle casalinghe abbiamo chiesto se lo erano a causa del COVID e solo il 4.7% ha risposto che avevano perso il lavoro, quindi non sono percentuali enormi. Abbiamo, inoltre, cercato di capire perché le donne sono casalinghe, la maggioranza ci ha detto che è una scelta assolutamente libera e il 45% ha affermato che, se anche hanno bisogno di lavorare dopo il COVID, loro non hanno intenzione di entrare sul mercato del lavoro. Questo ci evidenzia che per le donne l’indipendenza economica non è una priorità, significa che hanno accettato un ruolo di dipendenza dai propri partner. Nella maggior parte dei casi le donne, qualsiasi sia il livello di istruzione, non ne vogliono sapere dei soldi e delegano le scelte economiche ai partner e lo fanno volontariamente. Ma il lavoro, a mio parere, non è solo un diritto è un dovere verso la società

    Che consiglio vuoi dare alle donne?

    Un consiglio bello chiaro: delegate la cura di casa, pavimenti, piatti, di tutto quello che vi pare, ma prendete in mano la cura dei soldi anche condividendola con il partner. Abbiate la forza di prendere in gestione almeno una parte del vostro budget familiare ,e non solo le spese del supermercato. Da un’altra indagine è risultato che la divisione dei compiti in casa avviene così: Il 70% delle donne si occupano di casa ,figli, anziani malati; gli uomini di riparazioni, commissioni fuori casa, banca e decisioni di investimento. E alla domanda “qual è la ragione di questa ripartizione” Le tre principali risposte sono state: “non c’è una ragione”; “è una ripartizione naturale”; “abbiamo fatto quello che ci veniva meglio”. Questo significa che il 70% delle donne italiane pensa che va bene così. C’ è un problema di autoconsapevolezza che viene prima del welfare.

  • #JobCafè WITH Fabiana Giacomotti

    La moda è uno di quei settori che, a detta, di molti sta attraversando un serio periodo di crisi. Che cosa sta succedendo in questo comparto economico così fondamentale per il nostro Paese? Quale futuro si delinea? Lo abbiamo chiesto a Fabiana Giacomotti, una delle più importanti e conosciute esperte del settore.

    Tu sei una storica e analista del costume molto nota e apprezzata, qual è stato il tuo percorso e quale la molla che ti ha spinto?

    Grazie per l’apprezzamento, che credo corrisponda a un grande impegno da parte mia per avvicinarmi davvero a questo settore che conoscevo solo attraverso la frequentazione degli atelier con mia madre da piccola e per passione personale. Sono specialista di letteratura francese del Secondo ottocento, e fino a quando Paolo Mieli mi mandò ad affiancare Fabrizio Sclavi alla guida di Amica ero giornalista di economia dei media e delle telecomunicazioni. Feci un triplo salto carpiato da inviato de Il Mondo a vicedirettore di una testata storica della moda e dello stile. Per certi versi, uno choc. Però, da subito, iniziai a chiedere di visitare industrie, sartorie, tessiture, artigiani. Ho una passione sfrenata per i filati, per esempio. Il mio “Pitti” preferito è appunto Pitti Filati.

    Come sta reagendo il modo della moda a questa crisi?

    La moda sta reagendo bene, al punto che per alcuni non c’è alcuna crisi. Ho amiche – faccio il caso della stilista Federica Tosi – che in questi due mesi avrebbero venduto anche il 20 per cento in più se avessero potuto produrre adeguatamente la scorsa primavera. Chi ha saputo intercettare i gusti del momento sta andando bene. Poi, in generale, il calo c’è e si sente. Nel 2020 l’Italia ha perso 50 miliardi di esportazioni, e le piccole medie imprese del made in Italy- in ogni settore, non solo in quello della moda – dovranno imparare a rispondere a un mercato sempre più digitale. La trasformazione in atto è velocizzata dall’emergenza ma, come si direbbe in inglese, is here to stay. Non si tornerà indietro.

    Come pensi che cambierà questo settore, una volta usciti dalla pandemia?

    Mi piace l’idea di una penisola costellata di meravigliosi artigiani che vendono nel mondo attraverso i marketplace (ce n’è uno, ArteMest, sviluppato ormai cinque anni fa da un’imprenditrice italo-americana, Ippolita Rostagno, che in quest’anno di lockdown ha avuto una crescita esponenziale). Ma la moda sarà sempre più, o per meglio dire di nuovo, un fenomeno di prossimità, una scoperta. Non è un caso che gli stessi grandi marchi stiano spostando sempre di più l’accento sull’esperienza valoriale e su valori diversi da quelli del brand per migliorare le proprie performance economiche. Ormai si sceglie una marca perché se ne condividono i valori, non per il marchio. Perlomeno da questa parte del mondo. Ci sarà anche una grandissima crescita – già la si vede – del vintage. Perfino nelle sneakers. Tutti gli indicatori parlano di un mercato da 30 miliardi di dollari in tre anni.

    Quali consigli daresti ai giovani che desiderano lavorare, a vario titolo, in questo settore?

    Di non perdersi con le scuole di moda, a meno che non vogliano fare i sarti o i modellisti. Di studiare in università vere, materie serie. Negli ultimi anni ho incontrato una messe di stilisti ignoranti di tutto – storia, storia dell’arte, filosofia, principi base dell’economia, – costretti a circondarsi di consulenti per arricchire il proprio pensiero. Talvolta non sono nemmeno in grado di identificare quelli. Un disastro. Se sapessi noi giornalisti e analisti che razza di sfondoni ascoltiamo. Un vestito può e deve essere espressione di pensiero e di cultura. Quando questi mancano, si vede sempre

  • #JobCafè WITH Chiara Gigliotti

    Qual è stato il tuo percorso professionale e cosa ti ha spinto ad occuparti di turismo?

    Il 17 settembre dello scorso anno ho festeggiato i miei trent’anni nel settore sono una veterana. Dopo aver frequentato il corso di tecnico per il turismo, che all’epoca era sperimentale, ce n’era uno solo ed era a Roma. Cinque anni di lavoro moto intenso: tre lingue, laboratori, viaggi all’estero. Appena diplomata sono andata a vivere in Germania, in un’estate di rientro, che doveva essere l’ultima in Italia, mio padre mi presenta l’architetto Paolo Delfini – che ancora oggi è il proprietario della Carrani Tours – che mi chiese di aiutarlo in occasione dei mondiali. Era il 1989, nel 1990 ci sarebbero stati i mondiali. E sono rimasta lì, prima come accompagnatrice, poi via via con altri incarichi fino ad arrivare ad essere Responsabile del prodotto. Poi sono andata a Buenos Aires per fare ancora altre esperienze. Ho lavorato per un tour operator che vende in Italia, e questo mi ha consentito una specializzazione a 360 gradi nel settore. Nel 2003, quando sono rientrata in Italia, ho iniziato di nuovo a lavorare per la Carrani fino a diventare, negli ultimi dieci anni, Direttore Generale.

    C’è qualcosa che ti ha spinto verso questo settore? Indubbiamente i casi della vita ti hanno portato però  ci sarà qualcosa che ti ha fatto rimanere in questo settore, che cosa?

    Sicuramente la voglia di conoscere il mondo. Ancora oggi sono una persona che non sta ferma. Di questi tempi è dura, non mi è mai successo di non prendere un aereo per 8 mesi. È una condizione strana, poi se vogliamo vederne l’aspetto meno interessante c’è anche precarietà: parti, torni, valigia primaverile, estiva, autunnale, invernale. Nel mio armadio ci sono proprio dei blocchi stagionali che so che devo prendere e che mi permettono di decidere di partire da un momento all’altro. Ma io sono molto poco statica e molto curiosa: nel movimento trovo una grande soddisfazione.

    Che cosa ti piace di più lo abbiamo capito, ma cosa ti piace di meno del tuo lavoro?

    Mi piace di meno l’ambiente, se devo dire la verità. È un ambiente dove ancora il genere maschile predomina. Avendo avuto esperienze all’estero posso dirti che in Italia la situazione è peggiore rispetto ad altri Paesi come, per esempio, l’America Latina, dove le donne hanno più considerazione e maggior retribuzione. Ma potrei farti l’esempio di tantissimi Paesi: Stati Uniti, Australia…giusto negli Emirati Arabi non ti pagano quello che ti devono pagare perché sei una donna, e li paragone mi sembra grave per l’Italia.

    Come sta reagendo il settore del turismo a questo periodo di crisi?

    C’è tantissima sofferenza. All’inizio c’era grande fervore, l’abbiamo presa tutti molto bene, grande attività, tanti incontri su tutte le piattaforme possibili. Adesso siamo stanchi di questa comunicazione virtuale, c’è tanta sofferenza perché ancora la strada è lunga. Personalmente penso che stiamo pagando il prezzo di quello che non è stato fatto negli anni passati. E posso permettermi di dirlo perché trent’anni sono un tempo lungo e la nostra non è mai stata una categoria unita e non solo per nostra responsabilità. Dalla trasformazione del tiolo V la separazione è stata ancora più evidente, perché se prima non lo eravamo in termini di categoria poi non lo siamo stati in termini di amministrazioni regionali. Anche agli occhi del mondo, noi siamo frammentati. La frammentazione regionale non giova, io combatto questa cosa, non sono stata per niente felice quando è accaduta. Quando vado in giro per il mondo spesso è per formare gli agenti di viaggio che stanno all’estero e che vendono ‘Italia, perché gli Enti preposti non lo fanno. Quindi vado, prendo un salone, 250 persone, faccio l’esposizione, racconto del mio prodotto ma racconto dell’Italia delle Regioni. Stiamo male perché siamo separati, divisi e ognuno fa la propria lotta. Molta solitudine e molta sofferenza ma ritengo che i primi responsabili siamo noi e la nostra categoria. Stiamo cercando di fare qualcosa, adesso, soprattutto per le figure che non sono state proprio prese in considerazione: le guide, gli accompagnatori, le collaborazioni saltuarie. La Carrani, in tutte le sue aziende, ha 120 dipendenti, ma ha un indotto di oltre 500 figure fra accompagnatori e guide. Sono veramente rattristata e mi sento molto responsabile perché finché le cose sono andate bene eravamo tutti molto felici, appena si è bloccato tutto, le prime categorie a soffrire sono state queste.

    Che consigli daresti ai giovani che desiderano entrare in questo settore, una volta che questa situazione sarà superata?

    Consiglieri un pochino più di umiltà. Io ne ho vista tanta intorno a me , agli inizi della carriera. Tutta la mia generazione ha fatto tanti sacrifici. Tutti quelli che oggi stanno ricoprendo ruoli molto importanti nel settore che hanno gestito e gestiscono tutto il turismo italiano sono miei coetanei. Noi eravamo sicuramente più umili, guardavamo chi lavorava con molta attenzione, oggi c’è un po’ più di superficialità e meno voglia di mettersi in gioco. .Trent’anni fa andare a Berlino voleva dire farsi 24 ore di viaggio in treno, con tutto quello che questo comportava perché il biglietto aereo era inaccessibile, oggi con 30/40 euro, viaggi puoi andare in qualsiasi città europea, ma questi ragazzi finiscono le scuole e non iniziano a viaggiare. Per questo lavoro  viaggiare, parlare le lingue è fondamentale. Devono fare più esperienze a tutti i livelli! E le donne devono farsi rispettare di più perché saranno loro che dovranno portare avanti la battaglia della parità di genere, che noi siamo riuscite a fare ma non del tutto. Quindi testa bassa, orecchie ovunque, flessibilità e viaggiare. La comfort  zone, questa maledetta comfort zone, va abbandonata, ad un certo punto ti devi mettere di fronte alle difficoltà che la vita ti pone e affrontarle con grinta.

  • #JobCafè WITH Anna Zinola

    Il nostro modo di comprare, con la pandemia in corso, è molto cambiato. Sono cambiate le modalità di acquisto e i prodotti che acquistiamo. Ne parliamo con Anna Zinola che sul tema ha scritto un libro: “Io compro a casa” edito da GueriniNext. L’autrice, che insegna all’Università Cattolica di Milano e scrive per il Corriere della Sera, non è nuova a questi temi. Nel 2018 ha pubblicato “La rivoluzione nel carrello. Viaggio nei consumi dell’Italia che cambia”. Docente, giornalista e…tennista!

    Nel tuo libro, “Io compro a casa”, uscito recentemente, hai affrontato il tema dei consumi durante il lockdown. In che cosa sono cambiati rispetto a prima?

    L’epidemia di Covid19 ha profondamente modificato ciò che comperiamo. Se consideriamo la spesa di tutti i giorni, possiamo identificare varie fasi. All’inizio vi è stata una reazione di pancia: di fronte alla diffusione del virus, i consumatori hanno svuotato gli scaffali dei punti vendita e riempito il carrello di caffè, patate, pasta, conserve.  Il prolungamento della quarantena ha spinto a ripensare gli acquisti e a mettere in atto nuove strategie. Si è profilata una spesa più attenta in termini di prodotti, così da selezionare referenze effettivamente utili, e più sostanziosa in termini di quantità, così da evitare di tornare varie volte in negozio.  Con la fine del lockdown e il progressivo ritorno alla normalità, sebbene sia una nuova normalità, sono diminuiti i consumi di farina, uova e tinture per i capelli, che avevano caratterizzato il periodo “autarchico” del lockdown. In parallelo sono aumentati gli acquisti di prodotti che “parlano” il linguaggio della socialità e dell’autogratificazione (come il make up per gli occhi).

    Tu parli di lusso e della contrazione che ha avuto e che, probabilmente, avrà nel futuro. Che cosa prevede, realisticamente, per questo settore?

    Il lusso ha sofferto e continuerà a soffrire. Si stima per il 2020 una contrazione, a livello globale, tra il 22% e il 25%, pari a una flessione tra i 60 e i 70 miliardi di euro, con un impatto sulla redditività più che proporzionale. E, stante la situazione, è difficile ipotizzare quando si tornerà ai livelli preCovid19. Il segno negativo coinvolge tutte le categorie merceologiche. Il più colpito è il così detto hard luxury, che comprende i gioielli e gli orologi. Si tratta di prodotti difficili da comperare online. Tradizionalmente sono acquistati in negozio attraverso un rituale molto sentito dai consumatori Sono, inoltre, referenze che risentono della mancanza di acquisti da parte dei turisti. Pelletteria e cosmesi, invece, soffrono meno perché possono beneficiare maggiormente degli acquisti online e comportano un investimento medio più limitato.

    Quale futuro vedi per il mondo dei consumi?

    Vedo grandi cambiamenti in atto. I consumatori sono più attenti a ciò che acquistano sia perché il loro potere di acquisto si è ridotto (il Covid19 ha provocato una crisi economica i cui effetti perdureranno a lungo) sia perché sono consapevoli di avere già gli armadi e le case piene di prodotti che non utilizzano. Non solo: prestano maggiore attenzione ad aspetti quali le caratteristiche della filiera, l’approccio più o meno sostenibile, il luogo di produzione. In termini di distribuzione, è prevedibile l’ulteriore rafforzamento dell’on line, che – durante i mesi del lockdown – ha fatto un balzo in avanti enorme. I clienti di shop digitali in Italia sono triplicati. Nei primi 6 mesi dell’anno gli e-shopper sono stati oltre 2 milioni, contro i 700mila relativi allo stesso periodo del 2019.

    Parlando di te: come hai vissuto il lockdown? Quali nuove esperienze hai fatto? Cosa ti è mancato di più?

    È  stato un periodo complicato, come per tutti. Ciò che mi è maggiormente pesato è stata la mancanza di libertà, a partire dalle piccole cose, come uscire per bere un caffè o fare una passeggiata. Mi è mancato moltissimo l’aspetto relazionale: incontrare gli amici, vedere i colleghi, gli studenti. Ma ciò che mi è mancato più di tutto è stato il tennis! Non poter giocare a tennis per due mesi è stata – anche se può far sorridere – una sofferenza. D’altra parte il periodo del lockdown mi ha dato la possibilità di riflettere su molti aspetti della mia vita, di mettere a fuoco le priorità e di capire ciò di cui ho davvero bisogno.

  • #JobCafè WITH Mariangela Pani

    Gli organi di informazione, con il perdurare di questo periodo di emergenza, hanno assunto per tutti un’importanza via via crescente. Un ruolo da protagonista lo sta svolgendo, soprattutto, tutta l’informazione di servizio, che ci sta aiutando a districarci fra i vari DCPM e a fare chiarezza sulla diffusione del virus. Per questo abbiamo deciso di ascoltare, oggi, la voce di Mariangela Pani, giornalista professionista. Fiorentina, da circa 18 anni all’agenzia di stampa Adnkronos, dove fa parte, fin dalla sua creazione della sezione specializzata sul lavoro (Labitalia). Formazione e carriera molto eclettica. Ha iniziato a lavorare nei giornali nel 1977, ma ha esperienza anche di uffici stampa: l’ultimo in qualità di capo ufficio stampa, per Italia Lavoro, agenzia tecnica del ministero del Lavoro diventata poi Anpal. Nel mezzo, due matrimoni, due figli, molti cani, soprattutto bassotti, per i quali nutre un amore viscerale.

     

    Che cosa ti ha spinto vero questo lavoro?

    La casualità. Una sliding door che si è aperta al momento giusto, si direbbe adesso. Ma, naturalmente, dietro al caso che mi ha quasi catapultato nella redazione di quello che allora era forse il giornale più ambito dai giovani (La Repubblica), c’era una predisposizione alla scrittura e al racconto che io ho sempre coltivato. In breve: una mia cara amica che lavorava a Roma a La Repubblica, mi ha detto che cercavano persone per la segreteria di redazione, vero cuore pulsante del giornale. Ho fatto un colloquio, mi hanno preso subito. Era il 1977. La sede di Piazza Indipendenza, che odorava di inchiostro (al piano terra c’erano le rotative) e sigarette, è stata la mia casa per diversi anni e lì ho imparato il 90% di quello che poi mi sarebbe servito nel mio lavoro. L’umiltà, l’ascolto di chi ne sa più di te, l’ostinazione, la puntigliosità, il non dare nulla per scontato. E non arrendersi, non mollare. Dalla segreteria sono passata per un breve periodo alla cronaca romana e poi ho fatto tante esperienze, cambiando spesso testata e media, lavorando in quotidiani, mensili, case editrici, radio, siti web. La multiformità di questo lavoro è sempre esistita, non l’hanno inventata le nuove tecnologie. Semmai internet, gli audiovisivi e le tv danno una mano ad esprimerla compiutamente.

     

    Che cosa ti piace di più e cosa non tolleri o ti piace di meno di quello che fai?

    In questo momento è innegabile che il lavoro giornalistico vive una fase di compressione. Ritmi di lavoro molto sostenuti, scarsità di organici dovuti alla forte crisi che ha colpito l’editoria, molto tempo dedicato nella giornata alle nuove tecnologie di cui si patisce un’obsolescenza quasi strutturale. Non si fa in tempo ad acquisire una competenza su di un nuovo programma, che questo è già diventato vecchio e bisogna subito ricalibrare le conoscenze. Il rischio che diventi un lavoro ‘tecnico’ c’è. Ma per fortuna c’è anche il lato bello, che per me non è la creatività fine a sé stessa (quella la si può esercitare in altri ambiti, scrivendo un racconto per esempio), ma è il fatto di svolgere un SERVIZIO. Per me il giornalismo è innanzitutto servizio, ed è tutto un servizio pubblico. Tutto, non solo quello della Rai. A sera quando spengo il pc, sono soddisfatta se anche per un piccolo pezzetto, ho contribuito a portare un po’ di luce su qualcosa che sarebbe potuto rimanere in ombra, o se ho condiviso una conoscenza di un fatto o di un’idea interessante, se ho dato voce a chi con le sue azioni, costruisce qualcosa di positivo.

     

    Che cosa ti è mancato di più, della tua professione, durante il lockdown?

    Sono stati mesi molto duri per tutti, prima di tutto da un punto di vista umano. La brusca interruzione delle relazioni, la preoccupazione per i nostri cari… tutto questo ha avuto un riflesso anche sul lavoro naturalmente. Per fortuna il mondo dell’informazione è flessibile ed anche ad alto tasso di digitalizzazione, per cui l’agenzia è stata riorganizzata velocemente permettendoci di lavorare in piena autonomia da casa. Certo, come in tutti i lavori totalmente da remoto, manca il contatto umano coi colleghi e con tutti gli stakeholder, che spesso sono anche le nostre fonti. Una mail difficilmente sostituirà un caffè preso al bar scambiando due chiacchere e informazioni. Credo comunque che il cambiamento sarà irreversibile e che si andrà verso una sorta di smart working 2.0, che non sarà semplicemente il lavoro da casa né il lavoro totalmente svincolato dal contatto fisico con l’azienda. Sarà un mix dove al lavoro da remoto si alterneranno momenti di lavoro in uffici attrezzati in co-working

     

    Che consigli daresti ai giovani?

    Consigli non ne ho mai dati volentieri. Ognuno ascolti sé stesso, creda nei sogni, e sia ostinato. Poi sia pronto anche a sbagliare. Soprattutto a sbagliare, perché gli esseri umani sbagliano e dagli sbagli imparano. Ecco magari un consiglio potrebbe essere questo: diffidate da chi non sbaglia mai.

  • La lezione di Zanardi

    La lezione di Zanardi

    Tutta l’Italia unita, addolorata, speranzosa del miracolo. In questo momento in cui non è andato proprio tutto bene, in cui non ci siamo svegliati migliori, siamo tutti uniti intorno ad un letto in cui giace un uomo, un grande uomo che con la sua umiltà, ma soprattutto con la sua capacità di risorgere, ci ha insegnato tanto.

    Ed è una lezione che tutti riconosciamo: ci ha insegnato la vera capacità di essere chi vogliamo. Di fronte a lui non ci sono scuse, non ci sono: avrei potuto fare, avrei potuto dire; non c’è spazio per le scuse, di fronte a lui siamo tutti piccoli e senza alibi.

    E ancor di più adesso che siamo tutti ad una ripartenza dolorosa, faticosa, impegnativa, sconosciuta, ancora di più la sua lezione è importante!

    Il momento è difficile! Stiamo tutti arrancando, cercando il passo giusto per riprendere la vita quotidiana, anche se non proprio normalissima, ma almeno simile a prima; stiamo riprendendo il lavoro, ancora in parte smart, ancora in parte strano. Che cosa dobbiamo fare? A chi ci dobbiamo ispirare? Crediamo che lui sia una fonte di ispirazione incredibile. Non sappiamo se si riprenderà, non sappiamo se tutto, anche per lui, non andrà proprio bene, ma sappiamo quello che ci ha insegnato: si va avanti!

    Dobbiamo mettere coraggio, energia, voglia di rinascere, voglia di lottare al centro delle nostre vite e al centro delle nostre aziende!

    Dobbiamo avere il coraggio di non trovare scuse, di guardare la realtà con obiettività, avere il coraggio di scegliere strade non battute, di essere i pionieri di questo nuovo tempo.

    Dobbiamo ispirarci alla sua voglia di vivere, di gioire di tutto, di imparare di nuovo a camminare per essere adeguati a questi tempi e per dire tutti: uomini e aziende “Ce l’abbiamo fatta!”

  • Rapporto Almalaurea: Covid e lavoro

    Rapporto Almalaurea: Covid e lavoro

    È uscito nei giorni scorsi l’annuale rapporto di Almalaurea, che ogni anno ci dà le indicazioni sulle condizioni occupazionali dei laureati, la validità dei corsi di laurea per cercare lavoro ed altro ancora.

    Quest’anno, però, data la particolarissima situazione in cui ci troviamo a causa del Covid19 e del conseguente lockdown ha aggiunto una parte in cui analizza i dati parziali (marzo-giugno 2020), legati all’emergenza pandemica che, inevitabilmente, avrà delle ripercussioni sul profilo dei laureati protagonisti del Rapporto 2021 e sulla loro condizione occupazionale.

    Dai dati emerge che nei primi mesi del 2020 il tasso di occupazione a un anno dal conseguimento del titolo è pari al 65,0% tra i laureati di primo livello e al 70,1% tra i laureati di secondo livello. Rispetto 2019, entrambe le quote sono in calo, anche se si conferma la corrispondenza tra studi compiuti e lavoro svolto, solo che il livello di efficacia è più alto per i laureati di secondo livello rispetto a quelli del primo.

    Per quanto riguarda l’andamento della domanda di laureati, in questo periodo di crisi pandemica, l’andamento della banca dati dei curricula della rete ci consente di fotografare, parzialmente, la dinamica della ricerca di personale laureato, diciamo parzialmente perché le imprese che si rivolgono alla rete Almalaurea (circa 16.000 nel 2019 e nel 2020) non possono essere considerate pienamente rappresentative del tessuto economico e produttivo italiano. Si rivolgono da Almalaurea, infatti, soprattutto le aziende con più di dieci dipendenti, appartenenti al settore industriale (in particolare metalmeccanica) e le imprese che operano nel ramo dell’informatica.

    Ma veniamo ai dati. Nel mese di gennaio 2020 sono stati acquisiti dalle imprese oltre 100mila cv, con un aumento del 15% circa rispetto all’anno precedente, con un’ottima partenza, nel mese di febbraio, invece, registriamo un calo del 17%, che a marzo diventa il 45% fino ad arrivare il 56% in aprile, con una lieve ripresa a maggio che registra un calo del 55%, corrispondente all’avvio della fase 2.

    È una contrazione che riguarda tutti i tipi di corso, tutte le aree territoriali e tutti i gruppi disciplinari, con la sola eccezione del gruppo medico (i cv acquisiti sono triplicati, rispetto allo scorso anno). Quest’ultimo risultato è rilevante ed evidenzia il picco delle richieste di laureati con queste professionalità in concomitanza con l’emergenza sanitaria. Contrazione che viene confermata anche da parte di tutte imprese, con la sola eccezione di quelle che operano nella sanità.

    È un mondo del lavoro che sta cambiando e che ancora non sappiamo verso quale nuova realtà ci sta conducendo.

  • Motivaziona al lavoro dopo il Lockdown

    Motivaziona al lavoro dopo il Lockdown

    Da pochi giorni siamo ufficialmente nella Fase3, il che significa una lenta e prudente (si spera) ripresa della vita quotidiana. Lentamente ci stiamo riappropriando dei nostri ritmi, della nostra vita di tutti i giorni. Abbiamo ripreso ad andare al lavoro (almeno i fortunati che ancora ce l’hanno) e stiamo tutti uscendo dalla famosa sindrome della capanna che ci ha colpito, chi più chi meno, dopo la fine del lockdown totale.

    Ma la motivazione al lavoro può essere – ovviamente non è un discorso valido per tutti – un po’ latitante. Tante le emozioni discordanti e nuove che ci hanno invaso e pervaso in questo periodo, tanti i pensieri che ci hanno attraversato la mente e che in qualche caso si sono prepotentemente installati nella nostra testa.

    E’ il momento di fare piazza pulita e ricominciare, anche se con più coscienza e consapevolezza, il nostro percorso lavorativo e riscoprire la gioia di fare bene il proprio lavoro, di crescere nella propria carriera e professione.

    Ma come si fa a ritrovare la motivazione verso il lavoro?

    La prima cosa è iniziare a fare le nostre mansioni concretamente, senza stare a pensare quanto pesino o meno, iniziamo con il “fare”, che è sempre una grande “magia”. Sedersi di nuovo alla nostra scrivania, dopo mesi di posizioni più o meno precarie, in condizioni più o meno precarie, e con semplicità riprendere a fare quello che facevamo può dare già un gran senso di sollievo.

    Diamoci tempo e ogni tanto premiamoci con una pausa caffè con un collega divertente o con una chiacchierata veloce con un amico, un attimo tutto nostro che ci dà allegria e spinta. Meglio evitare gratificazioni o premi alimentari, tipo dolcetti o altro, già la pausa forzata di questi mesi ha inciso pesantemente sulla nostra linea.

    Pensiamo a quali obiettivi di carriera ci siamo posti all’inizio, ricentriamoli, facciamoli nuovamente nostri, inquadrati nel contesto generale che ci circonda in questo momento. Se non ci piace quello che facciamo poniamoci dei nuovi obiettivi, diamoci del tempo per aggiornarci, formarci e cercare altro con una scadenza precisa.

    Scacciamo la negatività dalla nostra testa e gli atteggiamenti negativi di ripiegamento su sè stessi, di lamentela o di paura. Sforziamoci di sorridere anche se non ci va e piano piano sorrideremo davvero, e se il nostro lavoro è sempre stato fonte di gioia e di soddisfazione ritroveremo anche queste emozioni. Se non lo è, sorridere ci consente di trovare la determinazione corretta di cambiare quello che non ci piace.

    Infine, ma certamente non è l’ultima azione, anzi la più importante: aumentare la propria autostima. Ìn momenti di down viene spontaneo di pensare che non siamo all’altezza delle situazioni, che per noi è tutto troppo, che non ce la possiamo fare a superare questa o quella cosa. Ricentriamoci, pensiamo a tutti gli obiettivi che abbiamo raggiunto, ai successi che abbiamo collezionato durante tutta la nostra vita lavorativa e partiamo da lì per dirci “ce la possiamo fare” come, in fondo, ce l’abbiamo sempre fatta.

    Coraggio! E’ ora di ricominciare con grinta e determinazione.

  • Donne sempre più equilibriste

    Donne sempre più equilibriste

    Se le donne italiane, in tempi normali, sono le” equilibriste” della famiglia fra casa, lavoro e cura degli anziani, il Covid19, oltre agli altri disastri, ha accentuato questa condizione. Mette l’accento sul tema delle donne sovraccaricate di lavoro l’analisi di Save The Children dal titolo “Le Equilibriste: la maternità in Italia 2020” diffuso nei giorni scorsi.

    La situazione femminile in Italia pre-Covid era già deprimente: donne che hanno figli sempre più tardi; molte sono costrette a rinunciare alla carriera professionale per la mancanza di aiuti da parte della società; alcune, nel migliore dei casi, hanno dovuto modificare importanti aspetti della propria attività lavorativa per conciliare lavoro e vita privata. Il Covid19 ha rappresentato un ulteriore peggioramento di questa condizione soprattutto per le lavoratrici con almeno un figlio al di sotto dei 15 anni, che significa il 30% delle occupate totali.

    Come hanno vissuto questo periodo di quarantena queste donne? Mentre la maggior parte dei padri si riscopriva un’anima filosofica, il piacere di stare in casa, di stare con i figli o la meditazione, le mamme sono diventate sempre più “equilibriste”: tra attività lavorativa in modalità agile, svolta tra figli che studiano e mariti/compagni che, a loro volta, lavorano con la stessa modalità e lavoro casalingo (spesa, preparazione pasti, pulizie di casa, lavatrici, stirare).

    Ma i numeri sono quelli che ci parlano sempre più chiaramente ed eccoli quelli della condizione femminile in Italia durante la quarantena.

    Secondo la ricerca in questo periodo, per 3 mamme su 4 tra quelle intervistate (74,1%) il carico di lavoro domestico è aumentato, sia per l’accudimento di figli, anziani in casa, persone non autosufficienti, sia per le attività quotidiane di lavoro casalingo. Tra quelle che hanno dichiarato un aumento del carico domestico, il 43,9% dichiara un forte aumento, mentre il 30,2% lo considera aumentato di poco. All’interno dei nuclei familiari, comunque, le mamme continuano ad avere netta la sensazione che tutto “pesi sulle loro spalle”: solo per una mamma su cinque la situazione di emergenza ha rappresentato un’occasione per riequilibrare la ripartizione del lavoro di cura e domestico con le altre persone che vivono insieme a lei (19,5%).

    Se prima del Covid le donne, ma specialmente le mamme, con la maggior parte del carico di cura della famiglia e dei figli sulle proprie spalle, potevano, contare su una netta divisione tra lavoro e casa: dopo una giornata di lavoro, rientravano e si occupavano della casa e della famiglia. Oggi non c’è più questa divisione spazio-temporale, lavoro e cura si sovrappongono, aggravando un equilibrio già molto precario. Ma con l’avvio della fase tre non migliorerà certo la condizione delle madri lavoratrici che rischiano di non poter rientrare al lavoro per la mancata riapertura dei servizi per la primissima infanzia.

    Se il Coronavirus è stata ed è un’emergenza, questa che dura da sempre come la vogliamo chiamare?