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  • #JobCafè WITH Anna Zinola

    Il nostro modo di comprare, con la pandemia in corso, è molto cambiato. Sono cambiate le modalità di acquisto e i prodotti che acquistiamo. Ne parliamo con Anna Zinola che sul tema ha scritto un libro: “Io compro a casa” edito da GueriniNext. L’autrice, che insegna all’Università Cattolica di Milano e scrive per il Corriere della Sera, non è nuova a questi temi. Nel 2018 ha pubblicato “La rivoluzione nel carrello. Viaggio nei consumi dell’Italia che cambia”. Docente, giornalista e…tennista!

    Nel tuo libro, “Io compro a casa”, uscito recentemente, hai affrontato il tema dei consumi durante il lockdown. In che cosa sono cambiati rispetto a prima?

    L’epidemia di Covid19 ha profondamente modificato ciò che comperiamo. Se consideriamo la spesa di tutti i giorni, possiamo identificare varie fasi. All’inizio vi è stata una reazione di pancia: di fronte alla diffusione del virus, i consumatori hanno svuotato gli scaffali dei punti vendita e riempito il carrello di caffè, patate, pasta, conserve.  Il prolungamento della quarantena ha spinto a ripensare gli acquisti e a mettere in atto nuove strategie. Si è profilata una spesa più attenta in termini di prodotti, così da selezionare referenze effettivamente utili, e più sostanziosa in termini di quantità, così da evitare di tornare varie volte in negozio.  Con la fine del lockdown e il progressivo ritorno alla normalità, sebbene sia una nuova normalità, sono diminuiti i consumi di farina, uova e tinture per i capelli, che avevano caratterizzato il periodo “autarchico” del lockdown. In parallelo sono aumentati gli acquisti di prodotti che “parlano” il linguaggio della socialità e dell’autogratificazione (come il make up per gli occhi).

    Tu parli di lusso e della contrazione che ha avuto e che, probabilmente, avrà nel futuro. Che cosa prevede, realisticamente, per questo settore?

    Il lusso ha sofferto e continuerà a soffrire. Si stima per il 2020 una contrazione, a livello globale, tra il 22% e il 25%, pari a una flessione tra i 60 e i 70 miliardi di euro, con un impatto sulla redditività più che proporzionale. E, stante la situazione, è difficile ipotizzare quando si tornerà ai livelli preCovid19. Il segno negativo coinvolge tutte le categorie merceologiche. Il più colpito è il così detto hard luxury, che comprende i gioielli e gli orologi. Si tratta di prodotti difficili da comperare online. Tradizionalmente sono acquistati in negozio attraverso un rituale molto sentito dai consumatori Sono, inoltre, referenze che risentono della mancanza di acquisti da parte dei turisti. Pelletteria e cosmesi, invece, soffrono meno perché possono beneficiare maggiormente degli acquisti online e comportano un investimento medio più limitato.

    Quale futuro vedi per il mondo dei consumi?

    Vedo grandi cambiamenti in atto. I consumatori sono più attenti a ciò che acquistano sia perché il loro potere di acquisto si è ridotto (il Covid19 ha provocato una crisi economica i cui effetti perdureranno a lungo) sia perché sono consapevoli di avere già gli armadi e le case piene di prodotti che non utilizzano. Non solo: prestano maggiore attenzione ad aspetti quali le caratteristiche della filiera, l’approccio più o meno sostenibile, il luogo di produzione. In termini di distribuzione, è prevedibile l’ulteriore rafforzamento dell’on line, che – durante i mesi del lockdown – ha fatto un balzo in avanti enorme. I clienti di shop digitali in Italia sono triplicati. Nei primi 6 mesi dell’anno gli e-shopper sono stati oltre 2 milioni, contro i 700mila relativi allo stesso periodo del 2019.

    Parlando di te: come hai vissuto il lockdown? Quali nuove esperienze hai fatto? Cosa ti è mancato di più?

    È  stato un periodo complicato, come per tutti. Ciò che mi è maggiormente pesato è stata la mancanza di libertà, a partire dalle piccole cose, come uscire per bere un caffè o fare una passeggiata. Mi è mancato moltissimo l’aspetto relazionale: incontrare gli amici, vedere i colleghi, gli studenti. Ma ciò che mi è mancato più di tutto è stato il tennis! Non poter giocare a tennis per due mesi è stata – anche se può far sorridere – una sofferenza. D’altra parte il periodo del lockdown mi ha dato la possibilità di riflettere su molti aspetti della mia vita, di mettere a fuoco le priorità e di capire ciò di cui ho davvero bisogno.

  • #JobCafè WITH Mariangela Pani

    Gli organi di informazione, con il perdurare di questo periodo di emergenza, hanno assunto per tutti un’importanza via via crescente. Un ruolo da protagonista lo sta svolgendo, soprattutto, tutta l’informazione di servizio, che ci sta aiutando a districarci fra i vari DCPM e a fare chiarezza sulla diffusione del virus. Per questo abbiamo deciso di ascoltare, oggi, la voce di Mariangela Pani, giornalista professionista. Fiorentina, da circa 18 anni all’agenzia di stampa Adnkronos, dove fa parte, fin dalla sua creazione della sezione specializzata sul lavoro (Labitalia). Formazione e carriera molto eclettica. Ha iniziato a lavorare nei giornali nel 1977, ma ha esperienza anche di uffici stampa: l’ultimo in qualità di capo ufficio stampa, per Italia Lavoro, agenzia tecnica del ministero del Lavoro diventata poi Anpal. Nel mezzo, due matrimoni, due figli, molti cani, soprattutto bassotti, per i quali nutre un amore viscerale.

     

    Che cosa ti ha spinto vero questo lavoro?

    La casualità. Una sliding door che si è aperta al momento giusto, si direbbe adesso. Ma, naturalmente, dietro al caso che mi ha quasi catapultato nella redazione di quello che allora era forse il giornale più ambito dai giovani (La Repubblica), c’era una predisposizione alla scrittura e al racconto che io ho sempre coltivato. In breve: una mia cara amica che lavorava a Roma a La Repubblica, mi ha detto che cercavano persone per la segreteria di redazione, vero cuore pulsante del giornale. Ho fatto un colloquio, mi hanno preso subito. Era il 1977. La sede di Piazza Indipendenza, che odorava di inchiostro (al piano terra c’erano le rotative) e sigarette, è stata la mia casa per diversi anni e lì ho imparato il 90% di quello che poi mi sarebbe servito nel mio lavoro. L’umiltà, l’ascolto di chi ne sa più di te, l’ostinazione, la puntigliosità, il non dare nulla per scontato. E non arrendersi, non mollare. Dalla segreteria sono passata per un breve periodo alla cronaca romana e poi ho fatto tante esperienze, cambiando spesso testata e media, lavorando in quotidiani, mensili, case editrici, radio, siti web. La multiformità di questo lavoro è sempre esistita, non l’hanno inventata le nuove tecnologie. Semmai internet, gli audiovisivi e le tv danno una mano ad esprimerla compiutamente.

     

    Che cosa ti piace di più e cosa non tolleri o ti piace di meno di quello che fai?

    In questo momento è innegabile che il lavoro giornalistico vive una fase di compressione. Ritmi di lavoro molto sostenuti, scarsità di organici dovuti alla forte crisi che ha colpito l’editoria, molto tempo dedicato nella giornata alle nuove tecnologie di cui si patisce un’obsolescenza quasi strutturale. Non si fa in tempo ad acquisire una competenza su di un nuovo programma, che questo è già diventato vecchio e bisogna subito ricalibrare le conoscenze. Il rischio che diventi un lavoro ‘tecnico’ c’è. Ma per fortuna c’è anche il lato bello, che per me non è la creatività fine a sé stessa (quella la si può esercitare in altri ambiti, scrivendo un racconto per esempio), ma è il fatto di svolgere un SERVIZIO. Per me il giornalismo è innanzitutto servizio, ed è tutto un servizio pubblico. Tutto, non solo quello della Rai. A sera quando spengo il pc, sono soddisfatta se anche per un piccolo pezzetto, ho contribuito a portare un po’ di luce su qualcosa che sarebbe potuto rimanere in ombra, o se ho condiviso una conoscenza di un fatto o di un’idea interessante, se ho dato voce a chi con le sue azioni, costruisce qualcosa di positivo.

     

    Che cosa ti è mancato di più, della tua professione, durante il lockdown?

    Sono stati mesi molto duri per tutti, prima di tutto da un punto di vista umano. La brusca interruzione delle relazioni, la preoccupazione per i nostri cari… tutto questo ha avuto un riflesso anche sul lavoro naturalmente. Per fortuna il mondo dell’informazione è flessibile ed anche ad alto tasso di digitalizzazione, per cui l’agenzia è stata riorganizzata velocemente permettendoci di lavorare in piena autonomia da casa. Certo, come in tutti i lavori totalmente da remoto, manca il contatto umano coi colleghi e con tutti gli stakeholder, che spesso sono anche le nostre fonti. Una mail difficilmente sostituirà un caffè preso al bar scambiando due chiacchere e informazioni. Credo comunque che il cambiamento sarà irreversibile e che si andrà verso una sorta di smart working 2.0, che non sarà semplicemente il lavoro da casa né il lavoro totalmente svincolato dal contatto fisico con l’azienda. Sarà un mix dove al lavoro da remoto si alterneranno momenti di lavoro in uffici attrezzati in co-working

     

    Che consigli daresti ai giovani?

    Consigli non ne ho mai dati volentieri. Ognuno ascolti sé stesso, creda nei sogni, e sia ostinato. Poi sia pronto anche a sbagliare. Soprattutto a sbagliare, perché gli esseri umani sbagliano e dagli sbagli imparano. Ecco magari un consiglio potrebbe essere questo: diffidate da chi non sbaglia mai.

  • #JobCafè WITH Giuseppe Di Iorio

    Continuiamo i nostri incontri con i lavoratori del mondo dello spettacolo. Oggi è la volta di Giuseppe di Iorio, lighting designer, o come si definisce lui “luciaio”. Napoletano, si trasferisce a Londra nel 1985, dove studia e si forma; attualmente vive a Lisbona. Ha collaborato con i più importanti registi di opera contemporanei da Graham Vick a Robert Carsen.

    Cosa ti ha spinto a fare questo lavoro? Come ci sei arrivato?

    Ci sono arrivato per caso. Ho iniziato da ragazzino, con un gruppo di Bologna, il Teatro del Guerriero, si facevano workshop e si apprendeva a fare teatro dai costumi alle scene, alle luci. Poi con l’arrivo a Londra, questa passione è diventata un lavoro. Con un gruppo di tre persone avevamo scritto uno spettacolo, tutti poco più che ventenni. Fui io a curare le luci. La sera della prima, a fine spettacolo, venne un uomo a complimentarsi per l’illuminazione, però senza presentarsi. Qualche mese più tardi iniziai a lavorare come trovarobe al Covent Garden. Arrivò una produzione del Teatro Mariinsky, Fiery Angel, con le luci di Steve Whitson: scoprii così che quella sera ero stato avvicinato e notato proprio dal grande lighting designer newyorkese. Questo fu il primo episodio che mi spinse a riflettere. Una volta che ho capito cosa volevo fare mi sono iscritto al Guildhall School of Music and Drama in un corso di direzione di scena. Il Guildhall, all’epoca, aveva tre teatri e il nostro anno scolastico consisteva nel lavorare in una stagione teatrale con opera prosa, danza e musica.

    Ma qual è la spinta emotiva che ti ha portato verso questo lavoro? Cos’è che in realtà ti ha spinto a scegliere di fare proprio questo, oltre alla capacità?

    E’ un lavoro dove c’è bisogno di tanta passione e il risultato tangibile è la felicità delle persone quando escono dal teatro. Vedere come queste due, tre ore di fantasie, di immagini, di stimolazioni emotive possono cambiare l’espressione di persone che, magari, hai notato entrare in teatro cupe e piene di preoccupazioni e vedi uscire radiose, è come un’iniezione di vitalità. Ho lavorato su tanti progetti sociali, e questo mi ha consentito di vedere le persone trasformarsi attraverso il teatro. Perché il teatro ci rende più sicuri, qualsiasi sia il nostro contributo; la possibilità di esprimere la propria creatività è una cosa importantissima.

    La cosa che ti piace di più e quella che ti piace di meno?

    Mi piacciono, come ho detto, le emozioni che lo spettacolo suscita nel pubblico. Quello che mi piace di meno è l’inquadramento di categoria dei lavoratori dello spettacolo che non è al passo con i tempi, e la mancanza di qualsiasi tipo di sicurezza. Nel mio primo contratto si diceva che dovevo arrivare alla prova generale in trucco, parrucco e costume, perché il mio ruolo non era definito. Era un contratto da cantante, un po’ aggiustato per farlo diventare un contratto da lighting designer, professione che solo trent’anni fa in Italia era sconosciuta.

    Durante il lockdown del tuo lavoro che cosa ti è mancato di più?

    Mi è mancato tanto viaggiare, cosa che mi piace tantissimo. Mi è mancato lavorare confrontandomi con altre culture, cioè realizzare lo stesso spettacolo, ma  dovendo adattare sia la socialità, sia il modo di comunicare, scoprendo continuamente altre cose. Per assurdo, però, mentre mi mancava tutto questo, ho cominciato ad apprezzare i vantaggi della stabilità, quindi direi che è stato un momento di riflessione e di scoperta, in un certo senso. Certamente, la sensazione di avere la propria vita completamente cancellata da un giorno all’altro è stato un grosso shock, però poi bisogna reagire e fare altre cose.

    Che consigli daresti ai giovani?

    Importante dire subito che è un lavoro che non ti consente di guadagnare nell’immediato, quindi bisogna avere molta passione e perseveranza. Per quanto riguarda gli studi, ultimamente in Italia quasi tutte le Fondazioni offrono dei corsi molto validi. Il Teatro dell’Opera di Roma, per esempio, ha il Progetto Fabbrica a cui ogni anno vengono ammessi un lighting designer, un costumista, uno scenografo, un regista e una serie di cantanti che firmano dei piccoli progetti. Hanno fatto, ad esempio, un progetto notevole, “Opera Camion”, che porta l’opera nei luoghi dove non ci sono teatri. A Londra ci sono dei corsi molto validi perché ti fanno operare sul campo: il Teatro si apprende lavorando, anche per misurare resistenza fisica e psichica. E’ stato interessante un progetto che ho fatto con il regista Jacopo Spirei in Colombia. Ci siamo ritrovati con una squadra di attori di Bogotà, ragazzi stupendi che, però, non sapevano dove mettere una lampada dentro un proiettore e, in pochissimo tempo, si è creata una sinergia tale per cui, grazie al loro interesse e alla nostra voglia di fare lo spettacolo, questi ragazzi si sono trasformate e hanno imparato a lavorare.

  • #JobCafè WITH Mauro Tinti

    In questi tempi così complessi, che hanno visto e vedranno cambiamenti significativi  nel mondo del lavoro, uno dei settori quasi completamente dimenticato è quello dei lavoratori dello spettacolo. Noi, che ci occupiamo di lavoro da sempre, abbiamo deciso di dare loro voce e ascolto.

    Iniziamo con Mauro Tinti, scenografo e costumista. Toscano classe ’74, laureato al DAMS, frequenta a Londra la scuola di scenografia Motley Theatre Design Course diretta da Alison Chitty e a Parigi approfondisce lo studio del costume storico e le tecniche sartoriali presso l’Atelier Caraco-Canezou, diretto da Claudine Lachaud. Tra i suoi lavori più recenti le scene e i costumi di “Gianni Schicchi” di Puccini al Festival Pucciniano di Torre del Lago, con la regia di Valentina Carrasco, i costumi di “Parsifal” di Wagner al Teatro Massimo di Palermo con la regia di Graham Vick, e le scene e i costumi per “L’empio Punito” di Melani al Teatro Verdi di Pisa con la regia di Jacopo Spirei.

    Cosa ti ha spinto verso questo lavoro?

    La passione, che credo di aver sempre avuto, nel creare “mondi” effimeri, immaginari, “altri”. Anche l’amore per l’architettura, l’archeologia e la storia hanno giocato un ruolo importante.

    Che cosa ti piace di più e cosa non sopporti o ti piace di meno di quello che fai ? 

    Una delle cose che più mi piace di questo mestiere è il lavoro di squadra: non parlo solo del team artistico (regia scene costumi luci coreografie cantanti e musicisti) ma anche di quello realizzativo: una scenografia non esiste se non ci sono artisti e artigiani capaci di realizzarla, macchinisti e maestranze capaci di montarla e movimentarla sulla scena. Mi piace il continuo scambio (e anche scontro, perché no?) che si crea ogni volta con moltissime persone, io posso essere la mente ma ognuna di loro è un pezzo che compone “la mano” che permette che tutto ciò poi prenda vita.

    La parte più noiosa è tutta quella tecnica: i budget, i disegni tecnici, le piante, le varianti… ma perché io sono un pigro, fatto il progetto (e il modellino), poi non vedo l’ora di vederlo in scena!

    Cosa ti è mancato maggiormente in questo periodo di lockdown?

    Non solo la parte creativa e la sfida che ogni volta ne è parte, ma anche il legame “bizzarro”, quasi da famiglia disfunzionale, con tutte le persone che di volta in volta si viene a creare in ogni teatro, per ogni progetto. L’energia, fatta di entusiasmo ma anche frustrazione, che scaturisce in ogni spettacolo. E l’adrenalina che ogni prima porta con sè. È sempre un viaggio sulle montagne russe, ma il tracciato cambia ogni volta!

    Che consigli daresti ai giovani che desiderano intraprendere questa professione?

    Di essere tenaci e di tenere duro. Non c’è nessuna pillola da indorare, specie in questi tempi così incerti. E’ un mestiere che oltre al talento richiede anche un talento aggiuntivo “promozionale”: non si lavora quasi mai solo per curriculum, le relazioni sono importanti. E vanno pian piano stabilite e costruite, specialmente con i registi. All’inizio la gavetta e’ fatta di molti lavori pagati poco, ma che possono essere tasselli importanti in una carriera. Per questo, lo dico senza girarci intorno, avere una famiglia alle spalle che all’inizio ti può sostenere economicamente, è un vantaggio non da poco. Poi, come in ogni cosa, se non c’è la passione a tenere viva la fiamma, si va poco lontano.

  • Motivaziona al lavoro dopo il Lockdown

    Motivaziona al lavoro dopo il Lockdown

    Da pochi giorni siamo ufficialmente nella Fase3, il che significa una lenta e prudente (si spera) ripresa della vita quotidiana. Lentamente ci stiamo riappropriando dei nostri ritmi, della nostra vita di tutti i giorni. Abbiamo ripreso ad andare al lavoro (almeno i fortunati che ancora ce l’hanno) e stiamo tutti uscendo dalla famosa sindrome della capanna che ci ha colpito, chi più chi meno, dopo la fine del lockdown totale.

    Ma la motivazione al lavoro può essere – ovviamente non è un discorso valido per tutti – un po’ latitante. Tante le emozioni discordanti e nuove che ci hanno invaso e pervaso in questo periodo, tanti i pensieri che ci hanno attraversato la mente e che in qualche caso si sono prepotentemente installati nella nostra testa.

    E’ il momento di fare piazza pulita e ricominciare, anche se con più coscienza e consapevolezza, il nostro percorso lavorativo e riscoprire la gioia di fare bene il proprio lavoro, di crescere nella propria carriera e professione.

    Ma come si fa a ritrovare la motivazione verso il lavoro?

    La prima cosa è iniziare a fare le nostre mansioni concretamente, senza stare a pensare quanto pesino o meno, iniziamo con il “fare”, che è sempre una grande “magia”. Sedersi di nuovo alla nostra scrivania, dopo mesi di posizioni più o meno precarie, in condizioni più o meno precarie, e con semplicità riprendere a fare quello che facevamo può dare già un gran senso di sollievo.

    Diamoci tempo e ogni tanto premiamoci con una pausa caffè con un collega divertente o con una chiacchierata veloce con un amico, un attimo tutto nostro che ci dà allegria e spinta. Meglio evitare gratificazioni o premi alimentari, tipo dolcetti o altro, già la pausa forzata di questi mesi ha inciso pesantemente sulla nostra linea.

    Pensiamo a quali obiettivi di carriera ci siamo posti all’inizio, ricentriamoli, facciamoli nuovamente nostri, inquadrati nel contesto generale che ci circonda in questo momento. Se non ci piace quello che facciamo poniamoci dei nuovi obiettivi, diamoci del tempo per aggiornarci, formarci e cercare altro con una scadenza precisa.

    Scacciamo la negatività dalla nostra testa e gli atteggiamenti negativi di ripiegamento su sè stessi, di lamentela o di paura. Sforziamoci di sorridere anche se non ci va e piano piano sorrideremo davvero, e se il nostro lavoro è sempre stato fonte di gioia e di soddisfazione ritroveremo anche queste emozioni. Se non lo è, sorridere ci consente di trovare la determinazione corretta di cambiare quello che non ci piace.

    Infine, ma certamente non è l’ultima azione, anzi la più importante: aumentare la propria autostima. Ìn momenti di down viene spontaneo di pensare che non siamo all’altezza delle situazioni, che per noi è tutto troppo, che non ce la possiamo fare a superare questa o quella cosa. Ricentriamoci, pensiamo a tutti gli obiettivi che abbiamo raggiunto, ai successi che abbiamo collezionato durante tutta la nostra vita lavorativa e partiamo da lì per dirci “ce la possiamo fare” come, in fondo, ce l’abbiamo sempre fatta.

    Coraggio! E’ ora di ricominciare con grinta e determinazione.

  • Donne sempre più equilibriste

    Donne sempre più equilibriste

    Se le donne italiane, in tempi normali, sono le” equilibriste” della famiglia fra casa, lavoro e cura degli anziani, il Covid19, oltre agli altri disastri, ha accentuato questa condizione. Mette l’accento sul tema delle donne sovraccaricate di lavoro l’analisi di Save The Children dal titolo “Le Equilibriste: la maternità in Italia 2020” diffuso nei giorni scorsi.

    La situazione femminile in Italia pre-Covid era già deprimente: donne che hanno figli sempre più tardi; molte sono costrette a rinunciare alla carriera professionale per la mancanza di aiuti da parte della società; alcune, nel migliore dei casi, hanno dovuto modificare importanti aspetti della propria attività lavorativa per conciliare lavoro e vita privata. Il Covid19 ha rappresentato un ulteriore peggioramento di questa condizione soprattutto per le lavoratrici con almeno un figlio al di sotto dei 15 anni, che significa il 30% delle occupate totali.

    Come hanno vissuto questo periodo di quarantena queste donne? Mentre la maggior parte dei padri si riscopriva un’anima filosofica, il piacere di stare in casa, di stare con i figli o la meditazione, le mamme sono diventate sempre più “equilibriste”: tra attività lavorativa in modalità agile, svolta tra figli che studiano e mariti/compagni che, a loro volta, lavorano con la stessa modalità e lavoro casalingo (spesa, preparazione pasti, pulizie di casa, lavatrici, stirare).

    Ma i numeri sono quelli che ci parlano sempre più chiaramente ed eccoli quelli della condizione femminile in Italia durante la quarantena.

    Secondo la ricerca in questo periodo, per 3 mamme su 4 tra quelle intervistate (74,1%) il carico di lavoro domestico è aumentato, sia per l’accudimento di figli, anziani in casa, persone non autosufficienti, sia per le attività quotidiane di lavoro casalingo. Tra quelle che hanno dichiarato un aumento del carico domestico, il 43,9% dichiara un forte aumento, mentre il 30,2% lo considera aumentato di poco. All’interno dei nuclei familiari, comunque, le mamme continuano ad avere netta la sensazione che tutto “pesi sulle loro spalle”: solo per una mamma su cinque la situazione di emergenza ha rappresentato un’occasione per riequilibrare la ripartizione del lavoro di cura e domestico con le altre persone che vivono insieme a lei (19,5%).

    Se prima del Covid le donne, ma specialmente le mamme, con la maggior parte del carico di cura della famiglia e dei figli sulle proprie spalle, potevano, contare su una netta divisione tra lavoro e casa: dopo una giornata di lavoro, rientravano e si occupavano della casa e della famiglia. Oggi non c’è più questa divisione spazio-temporale, lavoro e cura si sovrappongono, aggravando un equilibrio già molto precario. Ma con l’avvio della fase tre non migliorerà certo la condizione delle madri lavoratrici che rischiano di non poter rientrare al lavoro per la mancata riapertura dei servizi per la primissima infanzia.

    Se il Coronavirus è stata ed è un’emergenza, questa che dura da sempre come la vogliamo chiamare?

  • La comunicazione interna e il Post Covid

    La comunicazione interna e il Post Covid

    Indubbiamente stiamo vivendo un tempo di distanza: distanza fisica, distanza sociale, distanza lavorativa.

    Lentamente stiamo riprendendo la vita lavorativa, che per molti è ancora in modalità smart, per altri è fisica, ma con regole molto ferree che incentivano la rotazione e ancora la distanza.

    Come si fa in tempi come questi in cui ciascuno, chi più chi meno, ha un senso di estraneità rispetto all’usuale ambiente lavorativo, a ricreare e rafforzare il senso di comunità che fa di un’azienda un organismo unico?

    La risposta l’ha data Filippo Poletti nel suo libro “ Tempo di Iop: Intranet of People”, edito dalla casa editrice di Palermo Dario Flaccovio. Il segreto del successo, secondo l’autore, sta nella valorizzazione della comunicazione interna. “Cerchiamo di mettere a fuoco la questione: la comunicazione esterna resta importante quanto quella interna. La prima non sostituisce la seconda e viceversa. Quella interna, tuttavia, è un trampolino di lancio per la prima, perché tanto più le persone sono consapevoli degli obiettivi e degli interessi professionali tanto più la comunicazione rivolta verso l’esterno può contare sull’unione dei collaboratori. Prima di parlare all’esterno, occorre sviluppare il dialogo in “famiglia”.

    Il fine della comunicazione interna non è l’inseguimento del consenso, ma l’emersione del senso che lega le azioni quotidiane sul lavoro. Le persone sono il centro dell’azienda e quindi il cuore della comunicazione interna, comunicare con loro significa comprenderli valorizzandone le energie e le potenzialità. “La comunicazione interna non è mai neutra: deve tifare per i collaboratori e per il successo dell’impresa dove operano. L’obiettivo è quello di mettere a fuoco tanti percorsi in divenire, all’interno dei quali esiste la parola inizio, ma non la parola fine: ogni giorno sulla intranet deve essere un buongiorno mai identico a quello precedente.”

    L’Intranet è, infatti, la piattaforma che l’autore reputa utilissima per raggiungere gli obiettivi di una buona comunicazione interna. Intranet che deve essere come un portone aperto a tutti i professionisti che operano in azienda, che non deve essere vista solo unicamente in termini strutturali e funzionali, ma come uno stimolo per tutti “ad alzare lo sguardo dal proprio raggio d’azione e mettere a fattor comune la conoscenza e la voglia di fare bene”.

    Benvenuti, quindi, nel quasi post Coronavirus, auguriamoci solo che ci veda più uniti rispetto al passato.

  • Paura di rientrare o sindrome della capanna?

    Paura di rientrare o sindrome della capanna?

    È ufficiale dal 18 maggio quasi tutte le aziende riaprono i propri uffici, con le dovute cautele e con il rispetto di tutte le norme necessarie per la sicurezza dei propri lavoratori: sanificazione, mascherine, DPI, gel igienizzanti, termoscanner, rotazione nella presenza. È tutto pronto, ma molti di noi non hanno alcuna voglia di lasciare la propria casa, quella zona di conforto che ha rappresentato in questi giorni l’unica barriera sicura contro un nemico invisibile e spietato. La possiamo chiamare sindrome di Stoccolma, sindrome della capanna o come vogliamo, ma il senso è che ci sentiamo sicuri solo a casa e facciamo fatica a riadattare la nostra vita a un ritmo diverso, diverso dall’attuale, ma diverso anche da prima.

    Abbiamo fatto fatica, in questi mesi, a lavorare da casa, a ritrovare un equilibrio in una situazione insolita, ma lo abbiamo trovato, magari destreggiandoci fra figli, conference call, compiti da seguire, spese da fare, incombenze domestiche di vario tipo e vario genere. Adesso l’idea di affrontare di nuovo il mondo esterno, che ci appare come ignoto e nemico, ci fa paura.

    Alcuni hanno paura del contagio e quindi di incontrare i colleghi, anche se a distanza di sicurezza e con mascherina, di imbattersi in sconosciuti sui mezzi pubblici, di sfiorarsi con la gente che gira per le strade, nel terrore che siano tutti possibili portatori di sciagura.

    Altri hanno semplicemente paura di affrontare uno spazio esterno, di rimettersi in gioco dal vivo con tutte le persone, amici compresi, che hanno frequentato senza alcun timore solo fino a due mesi fa.

    Altri ancora hanno paura di rientrare al lavoro perché non sanno come potranno gestire i figli rimasti senza scuola e che, a norma, sarebbe meglio non andassero dai nonni, da sempre l’unico aiuto per tanti.

    Siamo tutti profondamente cambiati e, in fondo, spaventati. Abbiamo paura del contagio, dell’altro, del futuro, della debacle economica.

    Che cosa possiamo fare? Probabilmente dovremo solo, darci un po’ di tempo per riabituarci a ritmi diversi da quelli a cui ci siamo abituati in questi mesi, ma diversi anche da prima del lockdown. Dovremo semplicemente cercare di essere ancora flessibili e lentamente riabituarci a questa nuova routine.

    Secondo la Società Italiana di Psichiatria la nostra sindrome si risolverà nell’arco di due o tre settimane, sicuramente molto prima che cura e vaccino ci consentano di tornare alla nostra vita sociale.

  • Quali soft skills dopo il Covid19?

    Quali soft skills dopo il Covid19?

    In questo momento tutti stiamo affrontando una situazione assolutamente nuova e insolita, un’emergenza che sta imponendo decisioni e cambiamenti individuali e aziendali mai visti prima.

    Ci siamo tutti dovuti adattare a situazioni fino ad ora mai prese in considerazione e, certamente, al primo posto c’è l’esperienza dello smart working, o meglio il lavoro da casa, con tutto quello che questo comporta.

    Quali doti abbiamo dovuto sviluppare o trovare in noi e saldamente valorizzarle?

    Per prima cosa l’organizzazione, la capacità di organizzare il proprio lavoro con ritmi precisi, anche se personali, determinando tempi di lavoro e pause con una estrema regolarità. Abbiamo dovuto imparare a organizzare il nostro lavoro su spazi e tempi totalmente personali ma tali da non nuocere alla personale produttività.

    Siamo diventati manager di noi stessi, quindi la capacità di gestire in autonomia il proprio lavoro, assumendosene responsabilità nel bene e nel male. Abbiamo dovuto fare da soli perché spesso contattare il collega o il capo, in questa situazione, non è così agile come alzarsi dalla propria sedia e andare nella stanza accanto a chiedere sostegno o consiglio.

    Abbiamo imparato a risolvere velocemente i problemi di vario tipo che possono sorgere in una situazione di “smart working all’improvviso”, trovando in noi, rapidamente, molte risposte e soluzioni adatte alle diverse condizioni.

    Si è riscoperta o, in alcuni casi, scoperta la nostra flessibilità. Siamo diventati flessibilissimi: da lavorare in uno spazio ben organizzato con a portata di mano tutto quello che ci serve, senza problemi, a lavorare in salotto o in camera da letto o in cucina, arrangiandosi con quello che abbiamo.

    Ma soprattutto abbiamo attinto a tutte le digital skills di cui siamo in possesso. Ci siamo incontrati su tutte le piattaforme presenti…da Google Meet a Zoom, a Microsof Team, a Hang Outs. Abbiamo imparato a gestirle e a muoverci con disinvoltura fra una video-chiamata e una riunione con il capo, fino alla call giocosa con i colleghi, tanto per non sentirci troppo soli.

    In una parola sola: abbiamo mostrato la nostra capacità di resilienza, di risollevarci. Forse davvero questa crisi come ci insegano i greci antichi (crisi dal greco Krisis = scelta) può essere un momento per scegliere nuovi percorsi e prendere nuove strade che ci porteranno in un futuro, ci auguriamo, migliore.

  • Mindfulness per combattere stress e ansia

    Mindfulness per combattere stress e ansia

    Questo periodo è stato, è e, probabilmente, sarà molto impegnativo. Ancora per un po’ dovremo fare ricorso a tutte le nostre capacità di mantenerci saldi ed in equilibrio. Tutti, chi più chi meno, in questi giorni abbiamo sofferto di ansia, di insonnia, di depressione, di sbigottimento, termini che potremmo sintetizzare in una sola parola: stress.

    Abbiamo imparato, che lo stress, a detta di tutti da virologi a epidemiologi a medici di base, abbassa notevolmente le difese immunitarie, il nostro muro naturale che ci protegge dalle malattie.

    Che cosa possiamo fare per combattere questo nemico sottile che si insinua ed è difficile da sconfiggere? Dobbiamo dedicare dei momenti della giornata a pratiche che ci aiutino se non a sconfiggerlo, almeno a gestirlo.

    La Mindfulness può essere un’ottima tecnica di aiuto in questa battaglia quotidiana, in tempi di quarantena.

    Che cos’è, prima di tutto, la Mindfulness? È uno degli insegnamenti fondamentali dell’antica psicologia buddhista ed è diventato, negli ultimi vent’anni, oggetto di studio da parte della ricerca scientifica. Si tratta di un processo psicologico che può modificare il modo in cui rispondiamo alle inevitabili difficoltà della vita: stress e sfide esistenziali quotidiane. Gli esercizi, o pratiche meditative, principali sono quelli che utilizzano il respiro e la postura per aiutare la persona a centrarsi su sé stesso, sul qui e ora, a coltivare attenzione e concentrazione rispetto ai compiti sui quali è impegnato.

    Vi vogliamo indicare degli esercizi utili della durata di 15/20 minuti.

    Partiamo dall’esercizio dell’accettazione. Assumiamo una posizione comoda, preferibilmente seduto con la schiena dritta appoggiata a uno schienale. Si chiudono gli occhi e ci si concentra sul respiro, allontanando tutti i pensieri o sensazioni che possono invadere la mente. Immaginiamo che quando inspiriamo l’aria entri nel corpo come una luce dorata e purificatrice e quando espiriamo questa luce ci abbandona e porta con sé ogni ansia e preoccupazione. È un esercizio che ci aiuta a lasciare andare ciò che non serve e che ci limita.

    Passiamo al passo successivo che è la meditazione cosiddetta dell’albero. Dopo aver liberato la mente, immaginiamo di essere un albero, visualizziamo le radici alla base del bacino e ad ogni respiro le nostre radici penetrano sempre di più nella terra e assorbono energia, che si diffonde in tutto il corpo. Sentiamo di accumulare energia vitale, forza e soprattutto calma.

    Un’altra meditazione è quella dell’osservazione del pensiero. In questo caso, dopo il primo step, osserviamo i pensieri che ci si presentano alla mente e li visualizziamo come un fiume che scorre. Il punto di osservazione dentro di noi è una roccia al centro del fiume. Lasciamo scorrere i pensieri senza farci trascinare e se ci accorgiamo di essere distratti, focalizziamoci sulla roccia e teniamola ben salda. Questo ci consente di mantenerci distaccati dalle nostre preoccupazioni.

    Sono piccoli passi, ma che ci possono cambiare profondamente, modificando il nostro modo di sentire e di vivere. Aiutandoci a portare un cambiamento anche nelle nostre abitudini quotidiane che, forse, in questo momento, il pianeta ci chiede.